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Le prèfiche moderne ultimo sfregio al calcio-fiction

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No, non siamo su Onlyfans. La prèfica, nell’antichità, era una donna che, dietro compenso, prendeva parte alle cerimonie funebri di sconosciuti con canti e lamenti in onore del defunto. Alla luce dell’arretratezza medioevale delle leggi in vigore nel brutale emirato che si accinge ad ospitare i Mondiali di calcio più surreali della storia, il paragone con i figuranti costretti ad indossare magliette di nazionali a loro del tutto aliene, inneggiandone i colori, ci pare del tutto coerente. Schiere di ex schiavi che, smessi gli attrezzi edili e le tute da muratori con le quali sono stati costretti a lavorare 12-14 ore al giorno per sette giorni alla settimana in cambio, forse, di un pasto caldo, sono allegramente rivestiti con magliette di Spagna, Inghilterra, Argentina, Germania e Brasile, costretti ad esibire striscioni e vessilli con slogan talmente posticci da rasentare il naïf di cui, peraltro, ignorano completamente il significato.

Il tutto, al fine di mascherare la prevedibile assenza di tifosi veri, di quella variopinta, festosa e rumorosa umanità che da sempre popola gli eventi sportivi internazionali di portata planetaria. Del resto, nessuno poteva essere particolarmente ottimista nel credere che un hooligan di Norwich, con il suo bel tatuaggio “It’s coming home” avanzato da Euro2020, potesse decidere di spendere l’equivalente di quattordici stipendi per volare Emirates ed andare a rischiare l’ergastolo per aver bevuto un cicchetto o il taglio della mano nel caso gli capitasse di mostrare il dito medio nella direzione proibita. Già è difficile immaginare un mondiale privo della torcida giallo oro con annesse figliuole poco vestite che incitano il Brasile a ritmo di samba. Vederle sostituite da paffuti operai bengalesi, beh, quella è un’onta intollerabile. Peraltro, piuttosto che guardare un panciuto bancario di Ulm brindare tristemente con un boccale pieno di the verde, meglio godersi l’immagine del suo baffuto e sorridente surrogato pakistano.

Intendiamoci, i qatarioti hanno tutto il diritto di avere i propri principi, i propri usi e le proprie leggi, e pure di farli rispettare a tutti, specialmente ai propri cittadini. Quello che forse non hanno compreso appieno è che quando decidono di aprirsi al mondo ospitando una kermesse dall’impatto mediatico travolgente, accogliendo genti provenienti da ogni angolo del pianeta, forse un mese di tolleranza, di totalitarismo illuminato, di sorrisi di facciata, donerebbe loro l’occasione di lavare la compromessa immagine che si sono conquistati agli occhi della storia negli ultimi dieci anni.

Al Wakrah Stadium vicino Doha. I qatarioti, un po’, se le cercano…

E così, tra masse di inconsapevoli figuranti (che di certo non verranno ammessi sugli spalti dei lussuosi templi che hanno contribuito a costruire pagando il ben noto costo in vite umane), tendoni dei potenti sponsor nascosti alla vista della popolazione solo perché issano il marchio di una birra americana, dirette televisive interrotte dalla paranoica security islamica, scempio ambientale con 10.000 litri d’acqua desalinizzata sprecati per ogni singolo incontro in un paese che non ne possiede nemmeno una goccia in natura, negazione di qualunque genere di diritto umano a tutti coloro che non la pensano come il principe ereditario ed i suoi onnipotenti fratelli o, peggio, sono affetti dalle devianze mentali arcobaleno, e l’ipocrisia di federazioni nazionali che prima si esaltano per la qualificazione e poi prendono le distanze dal Qatar solo quando in qualche stadio appaiono sporadici striscioni di protesta, il mondo si avvia stancamente ad assistere a questo scempio sportivo fuori stagione. L’operazione di sportwashing più clamorosa della storia, messa in pratica con la complicità della FIFA, è ora facile bersaglio del tardivo dileggio di celebrities e benpensanti, che però ben poco ebbero da ridire nel 2012 quando, dietro il generoso pagamento di cospicue mazzette, gli allora neo proprietari del Paris San Germain ottennero l’organizzazione dei Campionati del Mondo nel più improbabile, arido ed inospitale fazzoletto di terra del pianeta.

Ed allora, possiamo essere fieri della coerenza della Federazione Italiana, che con una decisione finalmente condivisibile ha scelto di non parteciparvi. E per questo, per fortuna, potremo astenerci dal seguirli senza sentirci in colpa.