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Storia di un semaforo

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C’era una volta un semaforo, posto all’incrocio fra una strada privata e la via pubblica. Il proprietario del semaforo e dell’incrocio, Pallalcesto Di Montona, per permettere agli automobilisti di transitare sul suo tratto di strada, imponeva loro un pedaggio, ma in cambio metteva in atto continue migliorie, manutenzioni, asfaltature per renderlo sicuro, ottenendo in cambio applausi e riconoscenza, ringraziamenti e promesse di amore eterno.

Fra le molte automobili che passavano su quella trafficatissima strada ve n’erano alcune fra le più belle e scintillanti del reame: Ferroni, Maserini, Lamborghetti e Gippette erano fuoriserie invidiate ed ammirate da tutti. Pur trattandosi di una strada privata regolata da un semaforo entrambi appartenenti a Pallalcesto, anche lì valevano i mille precetti contenuti in un antico libro che gli abitanti del luogo chiamavano “codice della strada”, coniato dagli Scriba del Reame ed immutato dall’Inizio dei Tempi. Eppure le Ferroni, Maserini, Gippette e Lamborghetti passavano abitualmente con il rosso, per carità quasi mai causando incidenti, magari talvolta ci fu qualche tamponamento di striscio, ma mai nulla di grave. Qualcuno di loro si fermava anche al segnale di stop, decidendo però di sostare con due ruote sul marciapiede. Un paio di Gippette si fermavano regolarmente davanti alla cassetta degli estintori, tanto lì intorno incendi non ce ne erano mai stati. Qualche volta le Gippette, che avrebbero dovuto pagare il pedaggio più alto riservato ai mezzi più pesanti, venivano fatte passare pagando il pedaggio destinato alle più piccole Lamborghetti, perchè il paradisiaco rombo dei loro potenti pistoni invogliavano molti altri automobilisti a venire all’incrocio anche solo per ammirarle. Nonostante tutto, i passanti rimanevano incantati, si assiepavano attorno alle Ferroni, ne spiavano gli interni attraverso i finestrini, estasiati dalla musica che usciva dai diecimila cavalli del motore. Anche Pallalcesto Di Montona, che aveva comprato da poco l’incrocio ed il semaforo, tollerava -a malincuore- queste piccole e grandi infrazioni, del resto lo avevano fatto anche i precedenti proprietari del semaforo.
Poiché, spesso, le automobobili avevano la targa nascosta (perchè i piloti sapevano perfettamente che ad ogni infrazione alle regole dell’Antico Libro corrispondeva una conseguenza pecuniaria o, nei casi peggiori, il ritiro della patente), il Gran Visir Legafonte, che governava tutte le strade del reame, quando si accorgeva che una Ferroni o una Lamborghetti passava con il rosso ne considerava responsabile Pallalcesto in persona, imponendogli salatissimi balzelli che alla lunga ne erosero giorno dopo giorno, mese dopo mese, oltre che i denari, tutta la pazienza.

Un bel giorno Pallalcesto Di Montona, dopo aver investito miliardi di fiorini per asfaltare la strada, cambiare le luci del semaforo, allestire spettacoli di mimi e ballerine ed installato un chiosco di bibite per intrattenere chi si fermava regolarmente all’incrocio, si stufò di dover pagare ingiustamente l’avido Legafonte, ed urlò “Basta! D’ora in avanti, anche se dovranno continuare a pagare il pedaggio se vorranno attraversare il mio incrocio, tutti gli automobilisti dovranno fermarsi con il rosso, come prescritto dalla bolla n.146 dell’Antico Codice, altrimenti il Gran Visir mi prosciuga le casse!. E le loro targhe, poi, dovranno essere ben leggibili, così almeno chi decide di contravvenire al Libro Sacro delle Strade pagherà Legafonte in prima persona”!.
Apriti cielo. “Se non possiamo passare con il rosso non passeremo più di lì!” urlarono in coro i piloti dei bolidi. “Così, quando ad attraversare l’incrocio saranno le utilitarie scassate che vengono da fuori reame ed i trattori dal contado, sembrerà che le fuoriserie le abbiano loro e non noi!”. “Questa cosa del rispetto del codice è inaudita, ci impedirà di sfrecciare a 100 all’ora come abbiamo sempre fatto, è tempo che il padrone del semaforo riattraversi il Grande Fiume per tornare da dove è venuto, si stava meglio quando il precedente padrone pagava la contravvenzione per noi!” urlavano sporgendosi dai finestrini delle loro automobili parcheggiate in divieto di sosta. Tali automobilisti, tutti regolarmente dotati di patente di guida ed abilissimi guidatori, giustificavano il deliberato mancato rispetto dell’Antico Libro con il fatto che mai nessuno aveva spiegato loro che con il rosso ci si sarebbe dovuti fermare. E nemmeno che sotto il segnale di divieto di sosta e fermata non ci si potesse parcheggiare. E comunque, Pallalcesto avrebbe dovuto avvertire della sua intenzione di applicare alla lettera il Codice della Strada prima di pretendere il pagamento del pedaggio, che in tal caso loro non avrebbero pagato. E poi, perché mai ora avrebbero dovuto fermarsi e dare la precedenza? Guidando delle scintillanti fuoriserie, in fin dei conti, davano lustro anche al proprietario del semaforo ed a tutto il circondario! Ed in ogni caso, nessuno come i piloti sapeva quanto impegno, quanti fiorini e quanto tempo fossero necessari per mettere a punto quei potenti motori, per rifornirli di benzina, per tirare a lucido le carrozzerie!

Lungo la strada privata, intanto, una lunga fila di automobilisti fermi al semaforo, che dal canto loro si fermavano sempre sia a quello che ad ogni altro semaforo della città, assistevano attoniti al parapiglia in prossimità dell’incrocio, qualche volta scuotendo la testa in attesa che la luce diventasse verde, altre volte ignorando deliberatamente la diatriba godendosi piuttosto lo spettacolo con le ballerine, ascoltando l’autoradio che raccontava come i venti nauseabondi della guerra stavano già ammorbando l’aria dell’Unione Continentale dei Reami, facendo apparire perfino puerile l’aspra diatriba su quanto bella fosse una Lamborghetti in divieto di sosta.

Il padrone dell’incrocio e del semaforo, forse sorpreso dalla reazione così indignata, cercò invano di riavvicinarsi ai piloti ribelli: “Dai, su, le vostre fuoriserie potete continuare a guidarle, magari senza sgasare, magari parcheggiandovi solo sui posti macchina a voi riservati e non sul passaggio pedonale, però, tutto sommato, con due mani sul volante e rallentando al segnale di dare precedenza potete continuare a clacsonare quanto volete ed esibire le vostre Ferroni”. “No!” Gridarono in coro. “O possiamo continuare a passare con il rosso e parcheggiarci sul passaggio pedonale oppure cambiamo incrocio! O, ancora peggio, passeremo solo col verde a passo d’uomo, così senza i nostri motori la vostra strada sembrerà un sentiero di montagna!” dissero, incrociando le braccia imbronciati. Pallalcesto Di Montona inviò allora il suo emissario Michele il Saettatore a trattare con i piloti offesi, si ritrovarono su un ponte detto “Della Buona Volontà” davanti ad una cervogia ghiacciata, ma il Saettatore non volle sentir ragione: la bolla 141 avrebbero dovuto rispettarla.
EPILOGO 1
Fu così che sotto al semaforo più bello della città non transitarono più Lamborghetti, Maserini, Ferroni e Gippette. Il traffico su quella strada, però, non diminuì affatto. I parcheggi riservati alle fuoriserie furono occupati da piccole utilitarie elettriche e scooter da cinquanta cc. I pedoni iniziarono ad attraversare l’incrocio sulle strisce pedonali in grande sicurezza, confidando sul fatto che non sarebbero stati travolti. Certo, qualche volta il rombo dei trattori del contado sovrastava il silenzio delle auto elettriche, ma Pallalcesto decise che tutto sommato era un prezzo che poteva pagare. Con il tempo, il ricordo dei bolidi scintillanti e rombanti venne affidato all’oblio e l’incrocio dal semaforo privato divenne il più invidiato e ben frequentato dei Reami Uniti Continentali.
EPILOGO 2
Ma, pensandoci, potrebbe essere anche andata in altro modo: un anno dopo l’insurrezione con i copertoni incendiati in strada, Pallalcesto riattraversò il Grande Fiume dal quale era venuto, dopo aver comprato un altro incrocio agli antipodi del reame, piantandovi il suo semaforo che nel frattempo aveva sradicato dal glorioso incrocio originale. Il vecchio incrocio, lasciato a sé stesso, cadde a pezzi, le luci colorate del raffazonato semaforo sostitutivo si accendevano qualche volta sì ma quasi sempre no, le erbacce crescevano ovunque e gli aridi arbusti rotolavano sopra le crepe aperte sull’asfalto. Le Lamborghetti sfrecciavano senza rallentare immettendosi sulla pubblica via, finalmente libere di esibirsi a piacimento in quella che da sempre consideravano la loro strada. L’Antico Codice esisteva ancora immutabile, ma nessuno si curava più di farlo rispettare. Però, almeno, il vecchio glorioso incrocio potè tornare a vantarsi di veder passare le più belle automobili del reame.

LATE UPDATE: EPILOGO 3
Alcuni testimoni sono pronti a giurare che sul Ponte Della Buona Volontà un drappello di piloti e Michele Il Saettatore, alla fine di lunghissime trattative che tennero i frequentatori abituali dell’incrocio con il fiato sospeso, trovarono il modo di intendersi. Forse non si sarebbe potuto più passare con il rosso, ma d’altro canto, sporadicamente, gli zelanti gendarmi in divisa arancione avrebbero potuto chiudere un occhio se una Gippetta si fosse parcheggiata con due ruote sul marciapiede, o se qualche volta la processione dei bolidi scintillanti avesse attraversato l’incrocio in parata a fari accesi e clacson spianati. L’accordo fu pubblicato in pompa magna addirittura sul prestigioso Libro delle Facce ma i singoli cavilli, segretissimi, non furono mai svelati. In ogni caso Michele, Pallalcesto nel suo maniero all’ombra del Ponte Dorato, i gendarmi arancioni e gli automobilisti ribelli tornarono a dormire sonni tranquilli, fino alla prossima avventura.

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