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Lasciamo che i bambini scelgano da soli i loro sogni

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Lo tsunami Super Lega, che in settimana ha travolto il mondo del calcio europeo, ha consegnato una sorta di autocertificazione, un salvacondotto per esprimere una più o meno centrata dissertazione sui valori dello sport a vantaggio di “opinionisti” che il più delle volte, e ben che vada, i “valori dello sport” li desumono esclusivamente dai patinati canali delle TV satellitari in 4K.

Non vogliamo entrare nel dibattito filosofico sulla Super Lega, che lasciamo volentieri a pagine ben più accreditate della nostra. Peraltro, riteniamo che alla luce della sclerotizzata burocrazia che permea una delle istituzioni sportive più corrotte al mondo dopo la FIFA, e cioè la UEFA, quel tipo di organizzazione farà parte di un futuro ineluttabile almeno per il calcio di vertice, che altrimenti non sarebbe più sostenibile dal punto di vista economico.

In Italia gli adulti hanno un pallone da calcio tatuato nel DNA

Non possiamo però evitare di constatare come in questo Paese la parola “sport” venga ineluttabilmente filtrata attraverso la distorta lente del calciofilo incallito. Ci è capitato qualche sera fa, in piena bufera agnelliana, di ascoltare durante il TG serale della RAI un’intervista a Maurizio De Giovanni, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, insomma uno che nell’immaginario collettivo viene descritto come un intellettuale. Le sue dichiarazioni, piuttosto naïf e chiaramente orientate a distruggere l’idea della Super Lega in quanto contraria ai valori fondamentali dello “sport”, hanno però l’effetto collaterale di svelare involontariamente la diffusa arroganza con cui gli adulti si attribuiscono la capacità di conoscere, ed influenzare, le aspirazioni dei più giovani:

L’Europa non sono gli Stati Uniti, il calcio non è il basket. Qui c’è bisogno che i bambini sognino

Maurizio De Giovanni

Il riferimento, naturalmente, va all’Eurolega, varata ormai più di un decennio fa dall’establishment dei maggiori club della pallacanestro europea, stanchi delle vessazioni e dell’ingorda rigidità della FIBA: esperimento peraltro riuscito alla grande, che ha fatto di quella competizione il secondo torneo a livello mondiale dopo l’inarrivabile NBA per interesse mediatico, sèguito del pubblico ed ambizione per squadre e giocatori.

Ma l’irritante banalizzazione, peraltro comune a numerosi salotti televisivi o cartacei, è indicativa della spocchiosa superiorità ostentata, talvolta inconsciamente, altre volte dando vita a vere risse mediatiche sui social, dai tifosi del calcio, da coloro che se ne occupano per professione o anche dai semplici simpatizzanti. In Italia la parola “sport” viene comunemente confusa, se non identificata, con “football”, come se costituisse una ragione di esistenza, l’unica per realizzarsi veramente nella vita. Tutto il resto viene definito (in modo sottilmente spregiativo) come “sport minore”, come se essere praticato da meno atleti gli desse meno dignità. La formazione sportiva nelle scuole ne viene svilita, spogliata da risorse ed interesse. La galassia delle associazioni sportive di base, quelle deputate a trovare, allevare, lanciare i campioni di domani sono pressoché abbandonate, quando non ignorate, dai politicizzati e tifosi vertici olimpici nazionali, e devono contare solo sulle proprie risorse, sulla volonterosa (e volontaria) collaborazione di appassionati dilettanti.

I bambini, per fortuna, sognano lo stesso quello che vogliono. Ed i risultati si vedono

Eppure, in questo Paese dove essere juventini o antijuventini sembra più discriminante del possedere una laurea o meno, continuano ad emergere grandi campioni in ogni disciplina. Nello sci le ragazze conquistano vittorie alle Olimpiadi ed in Coppa del Mondo, ed i ragazzi sono costantemente fra i migliori del circuito. Nel tennis abbiamo 4 giocatori fra i primi 30 nella classifica ATP, con il n.22 che deve ancora compiere 19 anni. Siamo costantemente ai vertici mondiali nel canotaggio. Nel nuoto, sia maschile che femminile, l’Italia continua a produrre fuoriclasse di assoluto valore mondiale. La squadra femminile di ginnastica ritmica contende con successo alle sublimi russe il tetto del mondo. La scherma, sia femminile che maschile, è un vecchio feudo tricolore, così come la vela e la pallanuoto. Nello judo, nella ginnastica attrezzistica, nell’atletica, nel basket abbiamo atleti e squadre di livello assoluto. Nel volley siamo leader in Europa ed abbiamo dominato il mondo per più di un decennio. E potremmo andare avanti a lungo. Per carità, il calcio non fa eccezione, ma non ha di certo l’esclusiva delle vocazioni.

E qual è l’origine di tutto questo fiorire di campioni che sorgono come una Fenice dalle ceneri fumanti della cultura sportiva di base? La risposta è semplice: i bambini sono ancora liberi di sognare quello che vogliono, in barba all’ambizione di genitori calciofili spesso accecati dal miraggio di una vita da miliardari in cui le regole non esistono, illusione trasmessa dall’esempio distorto, spesso creato ad arte dai media, fornito da viziati ragazzotti sgrammaticati e supertatuati che si accompagnano a bionde soubrette a bordo di supercar (scusate lo stereotipo, ma banalità per banalità…). Però, l’assunto per il quale in Italia qualunque bambino di sesso maschile o femminile nasca geneticamente posseduto dall’ambizione di diventare un calciatore professionista, e che comunque, prima o poi, voglia provare a prendere a calci un pallone, è una visione distorta della realtà, è l’interpretazione di adulti dalla mente obnubilata da decenni di gironi di Champions, di sfottò da bar, di titoli della Gazzetta.

La verità vera è, invece, che i bambini più che di sognare hanno bisogno di giocare, nel senso letterale del termine. Giocare a quello che più piace a loro, quello che li diverte, permette loro di passare il tempo con gli amici, li fa stare meglio, quello che forse, un giorno, potrà diventare la loro passione, la loro ambizione: partecipare alle olimpiadi, vincere un titolo italiano o internazionale.

Insomma, lasciamo che i bambini tornino ad essere liberi. Liberi di sognare, un giorno, di diventare Lebron James e di giocare nell’NBA, anche se non è il calcio e l’America non è l’Italia. Con buona pace del sogno infranto del papà convinto di avere in casa il nono re di Roma.