Le sedici case del basket italiano
Analisi impianto per impianto delle 16 squadre di LBA 2026/2027: chi possiede il proprio palazzetto, chi lo prende in concessione dal Comune, chi paga un affitto a chi. Quanto costa restare a casa propria?
Sedici squadre, sedici soluzioni diverse
C’è un dato che accomuna quasi tutte le sedici società ammesse alla LBA 2026/2027, da Milano a Trieste, da Napoli a Udine: quasi nessuna gioca in un palazzetto di sua proprietà. La stragrande maggioranza dei club italiani di massima serie “vive” in impianti comunali, con concessioni pluriennali in strutture di enti fieristici o para-pubblici, oppure — sempre più spesso — all’interno di partenariati pubblico-privato che finanziano nuove arene con capitali misti. Il basket italiano, insomma, è prevalentemente uno sport di inquilini.
Non è un dettaglio prettamente contabile: la capienza, la proprietà e il costo annuale di gestione di un palazzetto determinano il cap di ricavi da ticketing, la possibilità di ospitare competizioni europee (che impongono elevati entry level per le competizioni FIBA/Eurolega), e — come Trieste sta vivendo sulla propria pelle in queste settimane — la stessa sopravvivenza sportiva di fatto di un club quando il rapporto con l’ente proprietario si incrina. Ecco la mappa completa, squadra per squadra.
| Squadra | Impianto | Capienza | Regime | Proprietà |
|---|---|---|---|---|
| Virtus Bologna | Unipol Hall (Fiera) | 10.500–12.000 | Affitto pluriennale (20 anni) | Privata (BolognaFiere) |
| Olimpia Milano | Unipol Forum (Assago) | ~12.700 | Affitto | Privata (Live Nation/ForumNet) |
| Maxima Roma | PalaEur | 11.200 | Concessione plur. (175.000 €/gara) | Mista pubblico-privata (EUR SpA) |
| Reyer Venezia | Taliercio → Bosco dello Sport | 3.509 → 10.000 | Concessione 40 anni (nuova arena) | Pubblica (Comune Venezia) |
| Pallacanestro Cantù | PalaDesio → Cantù Arena | 3.910 → 5.200 | Affitto → PPP | Mista (PPP, nuova arena) |
| Openjobmetis Varese | Enerxenia Arena | 5.100–5.300 | Convenzione | Pubblica (Comune Varese) |
| Scaligera Verona | Pala AGSM AIM | 5.350 | Concessione | Pubblica (Comune Verona) |
| Universo Treviso | PalaVerde (Villorba) | 5.344 | Affitto/uso | Privata (ex Gruppo Benetton) |
| Derthona Basket | Nova Arena (Tortona) | 5.000 | Proprietà diretta | Privata (gruppo Gavio) |
| Pallacanestro Reggiana | PalaBigi | 3.500–4.530 | Concessione | Pubblica (Comune Reggio E.) |
| Aquila Trento | PalaTrento | ~4.000–4.360 | Concessione | Pubblica (Comune Trento) |
| Napoli Basket | PalaBarbuto | ~5.500 (3.980 att.) | Concessione biennale | Pubblica (Comune Napoli) |
| Roma SPQR | PalaTiziano | 3.500 | Concessione (canone simbolico) | Pubblica (Roma Capitale) |
| Scafati Basket | PalaMangano | 3.500 | Uso a tariffa oraria | Pubblica (Comune Scafati) |
| APU Udine | PalaCarnera Credifriuli | 3.470–3.850 | Uso a tariffa oraria → gara privati | Pubblica (Comune Udine) |
| Pallacanestro Trieste | PalaBigot (Gorizia)* | ~2.100 | Iscrizione precauzionale | Pubblica (Comune Gorizia) |
* Trieste si è iscritta al campionato indicando il PalaBigot in attesa di un accordo sul PalaRubini/PalaTrieste con il Comune di Trieste, sua sede naturale (vedi ultimo capitolo).
Chi gioca in casa propria
Derthona Basket — l’unico vero proprietario
È l’unico caso in tutta la LBA di coincidenza perfetta fra proprietà del club e proprietà dell’impianto: la Cittadella dello Sport di Tortona, inaugurata nel 2025, appartiene al gruppo Gavio, lo stesso che controlla il Derthona. La Nova Arena, 5.000 posti su due anelli, è “di proprietà privata e convenzionata all’uso pubblico”: in pratica il patron paga sé stesso, azzerando qualunque rischio di conflitto con un ente locale — il problema che sta invece dilaniando altre piazze.
Olimpia Milano — l’inquilino del colosso musicale
Il Forum di Assago, il palazzetto più capiente della Serie A, ha cambiato padrone a febbraio: Live Nation, colosso americano del live entertainment, ha rilevato l’intero gruppo ForumNet per 90 milioni di euro, in una guerra di acquisizioni di venue che coinvolge anche l’Inalpi Arena di Torino. L’Olimpia resta locataria di un impianto ormai integrato in una rete internazionale di sale controllate da una multinazionale dello spettacolo, non più da un singolo gruppo immobiliare italiano.
Universo Treviso — l’eredità Benetton
Costruito nel 1983 con i capitali del Gruppo Benetton per la Benetton Treviso, il PalaVerde è sopravvissuto al ritiro della famiglia dal basket professionistico nel 2012: oggi ospita sia l’Universo Treviso Basket, sia la corazzata di volley femminile Imoco Conegliano, mantenendo un impianto proprietario indipendente dagli enti locali, un’anomalia rispetto al resto del panorama veneto.
Le nuove arene: quando pubblico e privato dividono il conto
Pallacanestro Cantù — i primi Personal Seat License d’Italia
Cantù giocherà la stagione 2026/27 a cavallo di due impianti: prima metà al PalaDesio, poi nella nuova Cantù Arena, sul sedime del leggendario PalaBabele mai completato. L’operazione da 40 milioni di euro è il primo partenariato pubblico-privato per un’arena di basket portato a termine in Italia applicando il modello della “Legge Stadi”, e introduce anche il Personal Seat License, finora sconosciuto al basket nostrano: un diritto di prelazione pluriennale (5, 10 o 15 anni) su un posto specifico, con targa nominativa sul seggiolino.
Reyer Venezia — 600.000 euro l’anno per il Bosco dello Sport
Il caso veneziano è probabilmente quello più trasparente sul piano dei numeri, complice una gara pubblica: il Consiglio comunale ha assegnato alla Reyer, unica offerente, la concessione quarantennale della gestione del nuovo palazzetto da 10.000 posti nell’area del Bosco dello Sport vicino all’aeroporto. Il canone proposto dal club — di proprietà del gruppo Umana e gestito da un blind trust dal 2016, da quando il sindaco Luigi Brugnaro ne è proprietario — è di 600.000 euro l’anno fino al 2066, rivalutabile secondo l’indice Istat, a cui si sommano 19 milioni di euro di investimenti in migliorie. Un salto enorme rispetto agli attuali 3.509 posti del Taliercio, comunale e gestito dalla stessa Reyer.
Maxima Roma — il PalaEur “a suon di milioni”
Il gruppo di Paul Matiasic si è assicurato il PalaEur — l’unico impianto romano con parametri potenzialmente compatibili con NBA Europe — prima ancora di possedere un organigramma e di aver allestito una squadra. Per aggiudicarsi la struttura, Matiasic ha offerto 175.000 euro a partita, per un investimento complessivo stimato attorno ai 5 milioni di euro sulla base dell’accordo con EUR SpA, la società che gestisce le attività di conservazione e tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico nel quartiere Eur e detiene la proprietà dell’impianto a capitale misto: una cifra che colloca il PalaEur, di fatto, come l’impianto più oneroso dell’intera Serie A per partita giocata. Le prime stime del piano industriale autodeclinato parlano inoltre di un impatto economico per la città di circa 24 milioni di euro l’anno tra investimenti, indotto turistico e commerciale ed eventi. Il paradosso della capitale: mentre Maxima si “compra” letteralmente a peso d’oro il miglior impianto disponibile, la concorrente Roma SPQR gioca a pochi chilometri di distanza in un palazzetto da 3.500 posti a canone simbolico.
I palazzetti comunali: concessioni, convenzioni, tariffe orarie
È la casistica più diffusa in LBA: impianto di proprietà del Comune, gestione affidata al club (in concessione pluriennale o tramite convenzione), canone spesso simbolico o comunque non reso pubblico, con l’ente locale che si accolla in tutto o in parte i costi di manutenzione straordinaria, utenze e sicurezza.
APU Udine — l’unico caso con cifre certe
Udine offre il quadro più dettagliato di tutta la Serie A grazie al dibattito pubblico in Consiglio comunale: Palazzo D’Aronco incassa circa 120.000 euro l’anno dall’APU per l’uso orario del palasport, mentre sostiene i costi delle utenze, della guardiania (tre dipendenti comunali) e della manutenzione, per una spesa complessiva stimata attorno ai 240.000 euro l’anno. Il Comune ha messo a gara la gestione privata dell’impianto fino al 2027, con naming rights già ceduti a Credifriuli. Parallelamente pende il progetto “PalaCarnera 4.0”, un ampliamento da oltre 50 milioni di euro (23 di Regione, 28 di privati) fino a 7.000 posti, la cui presentazione formale al Comune è però in stallo da mesi.
Pallacanestro Reggiana — il palazzetto più piccolo tra le big
Il PalaBigi, del 1968, è ormai da vent’anni al centro di trattative mai concluse per un nuovo impianto: proposte respinte nel 2006 e nel 2015, nessun accordo tra società e giunta comunale. Nelle stagioni con capienza ridotta per Covid, la Reggiana ha dovuto trasferirsi temporaneamente all’Unipol Arena di Bologna, pagando il conto in mancati ricavi da campagna abbonamenti stimato in mezzo milione di euro — episodio che nel 2021 ha incrinato pubblicamente i rapporti con l’assessorato allo Sport cittadino.
Napoli Basket — la concessione a tempo
Dopo anni di richieste, il Napoli Basket ha ottenuto solo nel 2023 la concessione in gestione del PalaBarbuto, rinnovata di biennio in biennio, che ha permesso anche la cessione dei naming rights a un sponsor privato. Nel frattempo il club, guidato dall’imprenditore americano Matt Rizzetta, sta trattando la cessione degli spazi dell’ex Palargento da parte di Rino Manna per costruire un’arena nuova da 10-14mila posti, investimento stimato fra 40 e 70 milioni di euro, dichiaratamente a capitale privato «per non dilatare i tempi» in attesa di fondi pubblici.
Aquila Trento — il modello naming rights
Trento non ha mai reso pubblico un canone di concessione per la squadra, ma ha sperimentato con successo un modello alternativo di finanziamento: la vendita dei naming rights dell’impianto a un sponsor tramite gara pubblica. Nel 2017 la base d’asta comunale era fissata a 100.000 euro l’anno più IVA; l’assegnazione a BLM Group è arrivata con un rilancio del 102%, portando l’incasso annuo per il Comune oltre i 200.000 euro.
Scaligera Verona
Impianto del 1986, tra i più capienti tra i palazzetti comunali della lega, senza particolari conflitti recenti tra club e amministrazione né canoni resi pubblici.
Openjobmetis Varese — il restyling condiviso
Il restyling 2022 da 4,5 milioni di euro (2 dei quali stanziati dalla Regione Lombardia) ha portato la capienza a oltre 5.100 posti. La convenzione in essere lascia a carico della Pallacanestro Varese i costi delle utenze — elettricità e riscaldamento — sull’impianto di cui il Comune resta proprietario, un dettaglio quantitativamente non pubblico ma esplicitamente riconosciuto nelle carte del progetto di efficientamento energetico in corso.
Roma SPQR — il canone simbolico
Riaperto nel 2023 dopo cinque anni di chiusura e oltre 5 milioni di euro di fondi comunali per il risanamento, il gioiello di Pier Luigi Nervi è gestito da Roma Capitale attraverso la partecipata Zetema, che si occupa anche della sorveglianza. Le società sportive, SPQR compresa, pagano — testualmente, secondo le fonti comunali — «un canone simbolico» per l’utilizzo della struttura, la soluzione più economica tra tutte quelle censite in questa analisi, a fronte però della capienza più bassa della intera Serie A insieme a Scafati.
Scafati Basket — la tensione sulla concessione
Il rapporto più teso della categoria: nella primavera 2026 il patron Nello Longobardi ha posto un aut-aut all’amministrazione comunale — «arena vera, o vado via» — dopo anni in cui il club ha anticipato di tasca propria gli interventi di adeguamento alla Serie A, poi scontati sulle tariffe dovute al Comune. Il sindaco Aliberti ha risposto aprendo alla possibilità di una concessione piena in gestione al club, con una riqualificazione fino a 3 milioni di euro finanziata da fondi PRIUS, ma la questione resta aperta.
Pallacanestro Trieste: quando arriva lo sfratto
Se un filo comune lega le casistiche descritte in queste righe, è che quasi ovunque — anche nei casi più tesi come Scafati o Reggio Emilia — il rapporto tra club ed ente proprietario resta comunque funzionante per il bene comune: si litiga sulle cifre, sui tempi, sulle priorità, ma l’impianto resta agibile e la squadra della città ci gioca. Trieste -come spesso accade in ogni sua rappresentazione sociale- è l’eccezione che conferma la regola, il caso più clamoroso e discusso nell’intera Serie A 2026/2027.
Come ormai noto, il PalaTrieste, di proprietà del Comune di Trieste, è finito al centro di un contenzioso institutionale-finanziario dopo un pagamento da 342.000 euro rimasto congelato presso le casse comunali, il nuovo bando pubblico per la concessione andato deserto l’11 giugno scorso e, soprattutto, l’imposizione di un canone a valore di mercato che ha sostituito il precedente modello agevolato. La diretta conseguenza: per iscriversi al campionato la Pallacanestro Trieste ha dovuto indicare precauzionalmente il PalaBigot di Gorizia come impianto di casa. Un impianto da circa 2.100 posti, lontano 40 km da Trieste e largamente sotto la capienza minima raccomandata per una piazza storica di Eurolega/EuroCup/BCL, ma anche sotto la media di tutte le altre arene di LBA.
Il canone “non derogabile”
L’Agenzia delle Entrate ha stimato ufficialmente il valore concessorio del PalaRubini in 152.414 euro più IVA l’anno in caso di partecipazione alla Serie A. Il Comune ha definito questa cifra “non derogabile”, perché una concessione a condizioni economiche inferiori esporrebbe l’ente al rischio di danno erariale (ci chiediamo: dover effettuare la milionaria manutenzione di un palazzetto ed uno stadio desolatamente vuoti non lo sarebbe? In alternativa, non lo sarebbe non effettuare manutenzioni lasciando andare in rovina due impianti di livello internazionale?). La Pallacanestro Trieste ha scelto di non partecipare al bando pubblicato su queste basi, giudicandolo insostenibile.
Il neonato CdA guidato da Josh Hiller dovrà dunque riaprire un canale di comunicazione con il Comune, ma il GM Michael Arcieri ha quantificato pubblicamente il divario economico tra le due soluzioni: cambiare sede degli uffici, affittare un campo per gli allenamenti e giocare a Gorizia costerebbe al club circa 350.000 euro complessivi, contro il milione e 200mila euro necessario per tornare al PalaTrieste. Un gap che, anche se sommato alla prevedibile debacle sulla vendita di abbonamenti in caso di trasferta fissa a Gorizia, renderebbe comunque ingiustificabile agli occhi della nuova proprietà la spesa necessaria per tornare in via Flavia. La vertenza è perciò tutt’altro che vicina a una soluzione con una nuova stagione ormai alle porte.
Come si aggira un canone non derogabile?
Il vincolo di fondo non è negoziabile: la cifra certificata dall’Agenzia delle Entrate resta il pavimento legale sotto cui il Comune non può scendere senza esporsi a rilievi della Corte dei Conti. Ma la storia recente della questione mostra che quel vincolo riguarda il canone in denaro, non il valore economico complessivo della concessione — ed è proprio su questa distinzione che si potrebbe giocare la partita.
Una prima mano è stata tesa dal Comune verso il club, che però non ha dimostrato particolare gradimento: canone simbolico compensato da programma di investimenti
Il Comune stesso ha indicato una strada tecnicamente corretta per aggirare l’impasse senza violare la non derogabilità: non abbassare il canone in sé, ma compensarlo con un pacchetto di investimenti a carico del club attraverso il project financing. Sul tavolo, dopo il bando deserto, è arrivata un’offerta concreta: canone ridotto a 10.000 euro l’anno in cambio della presentazione di un piano di partenariato pubblico-privato credibile, ed un pacchetto di interventi che — sommando i 900mila già stanziati, i 342mila congelati e altre voci di interesse prioritario per la proprietà — potrebbe arrivare fino a 3,6 milioni di euro complessivi sulla struttura di Valmaura.
Giuridicamente lo schema regge perché il valore economico complessivo trasferito al Comune — canone in contanti più costi di manutenzione/gestione dell’immobile pubblico — resta commisurato al valore di mercato, anche se la componente liquida crolla al 6,6%. È lo stesso meccanismo, in scala minore, già visto a Scafati con il PalaMangano (lavori anticipati dal club e scontati sulle tariffe future). Il Comune ha però posto una scadenza al marzo 2027 con penale in caso di mancata presentazione.
Le altre soluzioni che potrebbero teoricamente sbloccare lo stallo
Il project financing di base non è però l’unica leva disponibile, e comunque nella prassi italiana le questioni di questo genere si sbloccano quasi sempre combinando più strumenti:
Allungare la durata della concessione, per spalmare l’investimento su più stagioni — lo schema già utilizzato da Venezia per il Bosco dello Sport, concesso per 40 anni: più lunga è la concessione, più basso è l’onere annuo implicito degli interventi e più bancabile diventa il piano agli occhi di un eventuale finanziatore esterno.
Separare chi finanzia da chi gestisce. Una eventuale (già esistente?) cordata di investitori esterna potrebbe strutturarsi non come acquirente del club, ma come veicolo di investimento dedicato proprio al project financing sul PalaRubini, un ruolo analogo a quello giocato dal gruppo Gavio a Tortona o dagli investitori privati nel dossier PalaCarnera 4.0 di Udine.
Coinvolgere Regione FVG e Fondazione CRTrieste su scala più ampia rispetto al precedente già esistente (i 395mila euro stanziati congiuntamente per il relamping dell’impianto): la Regione, a statuto speciale, ha già mostrato margini di intervento diretto su impiantistica sportiva paragonabili, in proporzione, ai 20-23 milioni stanziati per il nuovo Carnera di Udine.
Monetizzare l’impianto in chiave multiuso — concerti, eventi, spazi commerciali — per generare un flusso di cassa aggiuntivo che renda sostenibile, nel tempo, anche un canone più vicino a quello di mercato: il modello che sta guidando tanto la nuova Unipol Hall di Bologna quanto il Bosco dello Sport veneziano, sebbene la conformazione e le caratteristiche architettoniche e costruttive dell’impianto ne impediscano l’impiego per le produzioni più moderne e performanti, con difetti difficilmente sanabili se non con una vera e propria ricostruzione.
Vendere i naming rights separatamente dal canone, sul modello sperimentato a Trento con BLM Group, o come fu (parzialmente) per l’Allianz Dome: una gara pubblica per la denominazione sponsorizzata del palazzetto, con l’incasso comunale destinato specificamente a coprire parte del canone dovuto dal club, senza toccare formalmente la cifra “di mercato” fissata dall’Agenzia delle Entrate.
