Mille abbonati in meno o 3.742 atti di fede?
La campagna biancorossa chiude a 987 tessere sotto il record dell’anno scorso. Ma questa volta, in larga misura, il pass annuale è stato comprato prima di vedere lo spettacolo, senza sapere nemmeno se ci sarebbe stato uno spettacolo: proprietà nuova, palasport in bilico, roster in cantiere fino a ridosso della prima palla a due.
La Pallacanestro Trieste ha chiuso la campagna abbonamenti 2026/27 a quota 3.742, ed il general manager Michael Arcieri, nel comunicato diffuso oggi, ha scelto di presentare il dato non come un traguardo ma come «un nuovo punto di partenza». Formula che ha il pregio di suonare come una sincera dichiarazione di intenti e, per qualcuno, il difetto di non considerare, come punto di partenza, i 4.729 abbonamenti della scorsa stagione, il miglior risultato della storia recente del club, un termine di paragone che non fa sconti davanti ai numeri di oggi. Il ragionamento, però, è ben più articolato di così.
L’aritmetica, almeno quella, è incontrovertibile: 987 tessere in meno, il 20,9 per cento, cioè un quinto abbondante del pubblico che l’anno scorso pagò in anticipo il suo posto stagionale al PalaTrieste. Chi vuole leggerla come una flessione ha dalla sua i numeri; chi vuole leggerla come una clamorosa dimostrazione resistenza deve prendersi anche la briga di raccontare la primavera vissuta sulla lama del rasoio e l’estate in cui quei numeri sono stati prodotti.
Abbonamenti 2025/26 vs 2026/27
Abbonamenti 2025/26: 4.729
Abbonamenti 2026/27: 3.742
Differenza: 986 (~20,9%)
Tessere su capienza nominale del palasport (6.943): 54%
Un’estate, quella del 2026, che per la Pallacanestro Trieste ha avuto ben poco il sapore della vacanza. Come arcinoto, il club ha cambiato proprietà, con l’ingresso di Newport Holdings e Josh Hiller alla presidenza, e confermato Michael Arcieri alla guida dell’area sportiva (ma, di fatto, alla guida della società operativa italiana); il palasport è rimasto a lungo al centro di un contenzioso con il Comune sulla concessione, tanto che -non dimentichiamocelo- al momento dell’iscrizione al campionato è comparsa come sede alternativa di gioco il PalaBigot di Gorizia; e la squadra, quando la campagna è partita il 24 agosto, era ancora un cantiere, con la querelle Brown ancora a tenere banco e tre quinti del quintetto base ancora lontanissimi dall’essere individuati.
In queste condizioni, e qui sta il punto, chiedere ad un tifoso di impegnarsi economicamente per un’intera stagione equivaleva a chiedergli di comprare il biglietto per uno spettacolo di cui non erano noti né il cast né, per qualche settimana, il teatro. A ben vedere, fino ad un mese prima non ne era noto nemmeno il titolo. Una scommessa pascaliana, se vogliamo definirla così (il concetto filosofico, molto semplificato, è sostanzialmente questo: non possiamo dimostrare con certezza se Dio esista o no. Tuttavia, se dobbiamo “scommettere”, conviene vivere come se Dio esistesse). In altre parole, a fine agosto un potenziale abbonato aveva dovuto letteralmente puntare sul completamento di una buona squadra e sulla possibilità di vederla giocare in via Flavia. Se la squadra avesse funzionato e giocato a Trieste sarebbe stato tutto di guadagnato, in caso contrario si sarebbe perso “soltanto” il costo di un abbonamento. A ben vedere, una sfida coraggiosa, raccolta però ugualmente da migliaia di persone.
C’è poi un fondamentale dato di calendario che il comunicato di oggi non esplicita ma che le cronache consentono di ricostruire: a fine settembre, in corrispondenza dell’inizio del campionato con Galloway, Jones e Brajkovic arrivati di fatto da poche ore, il club annunciava già il superamento delle 3.000 tessere. Da lì alla chiusura, prorogata fino al 16 ottobre, ne sono oltretutto arrivate più 742, cioè al più un quinto del totale, raccolte quando il campionato era già cominciato e la squadra si poteva finalmente guardare all’opera. In altre parole, a scommettere al buio sono state più di 3000 persone, ben il 64% di quelle che un anno prima erano state ammaliate da un’estate di proclami, droni, Air Jordan sulle maglie, la coppa europea ed campioni NBA nel roster.
Sarebbe tuttavia troppo facile trasformare ogni abbonato mancante in un disertore ed ogni abbonato nuovo in un paladino. Il sostegno popolare in particolare della seconda parte della scorsa stagione si è solo in parte tradotto in nuovi abbonamenti: la squadra arrivò ai playoff e fu fermata da Brescia per 3-2, una cavalcata raddrizzata per la coda che scaldò il palazzo molto più di quanto non abbia poi scaldato i portafogli. C’è, però, poco da girarci intorno: gli errori commessi nella passata stagione, specie relativamente alla scelta di protagonisti che in taluni frangenti l’hanno fatta somigliare ad un calvario emotivo, con molte debacle senza attenuanti ed atteggiamenti in campo distaccati e demotivati, assieme al disastro reputazionale generato dall’ambiguità ed i silenzi di Paul Matiasic, l’hanno trasformata in una grande occasione perduta, quella di coinvolgere e fidelizzare quella larga fetta di nuovi tifosi -chiamiamoli “occasionali”- convinti da una nuova moda, dalla basket mania esplosa in città, dall’ottimismo generato dall’apparente quanto ingannevole assenza di nubi all’orizzonte, e che ora, comprensibilmente, non si fidano più. Ma alla flessione concorrono anche fattori che con la fiducia c’entrano poco: la congiuntura economica, citata espressamente dal general manager, e la crescita degli abbonamenti «sospesi», pagati da associazioni di tifosi e da aziende a beneficio di chi non può permettersi la stagione intera, costituiscono la causa e l’effetto di una situazione nella quale attendersi una corsa in massa alla sottoscrizione è pura utopia.
Va detto con altrettanta chiarezza che il confronto con la carica dei 4.729 è, in questo caso, il meno onesto dei confronti possibili. Quel numero era l’apice di una curva, e gli apici hanno la sgradevole caratteristica di non ripetersi; oltretutto, era stato raggiunto in una lunga estate priva di punti interrogativi. Che nonostante l’incertezza societaria e sportiva di queste proporzioni si siano comunque riconfermate quasi quattro tessere su cinque rispetto all’anno scorso (in termini di volumi, non di nomi: la ripartizione tra rinnovi e nuovi abbonamenti, infatti, non è nota) è un dato che racconta di gran lunga più attaccamento che disaffezione. Resta aperta, per chi la vuole per forza analizzare, la questione di quanti dei 987 mancanti siano delusi, quanti impossibilitati e quanti semplicemente in attesa di vedere prima di pagare, ed eventualmente pagare partita per partita.
E il confronto con le altre piazze? Qui è necessaria prudenza, perché dalle altre società di Serie A i dati comunicati e reperibili sono pochissimi e rilevati in momenti diversi della campagna. La Reggiana, ad esempio, una fra le poche società a comunicare sull’argomento, aveva chiuso la prima fase a 2.628 abbonamenti, 119 in più della stessa rilevazione dell’anno scorso, prima di aprire la vendita libera; Varese ha dichiarato esaurite a quota 2.500 le fasce Base e Premium, con gli «All Inclusive» ancora da contare. L’APU, già nella prima fase di riconferma, aveva raggiunto 2.514 rinnovi, pari a circa l’85% degli abbonamenti dell’anno precedente.
Se consideriamo come metro di paragone il numero assoluto, Trieste con 3.742 sarebbe davanti a tutte e tre, ma come detto è un calcolo parziale e che si basa solo su ipotesi.
Quanto all’ipotesi che, come l’anno prima, soltanto Bologna abbia fatto meglio, è plausibile ma ad oggi ancora non dimostrabile: né la Virtus né Milano se è per questo, per citare le eventuali candidate naturali a leader, risultano avere comunicato un numero. E il solo dato bolognese pubblicato è quello della Fortitudo, 4.737 abbonati, molto probabilmente superiore a qualunque altra squadra in qualunque categoria. La stessa Napoli, che sta vivendo un momento paragonabile a quello triestino di un anno fa, è una piazza tradizionalmente “freddina” in quanto ad abbonamenti, e comunque c’è da giurare sul fatto che la proprietà partenopea, sempre così munifica in quanto a comunicati trasudanti grandeur, non si sarebbe certo fatta sfuggire l’occasione di sbandierare un record così prestigioso. Faremo i conti esatti alla fine, ma possiamo fin d’ora scommettere sulla permanenza sul podio della Pallacanestro Trieste nonostante la flessione.
Dati non verificati o parziali: Reggiana (fine prima fase, non finale), Varese (solo Base e Premium, dato di agosto), nessun dato reperito per Virtus Bologna, Olimpia Milano, Venezia, Treviso, Trento, Tortona, Napoli, Verona, Udine, Cantù, Scafati e le due Roma. Riportate alle capienze nominali, Trieste (54% su 6.943) non è prima: la Reggiana, a fine prima fase, è al 58% su 4.530, Varese, sul dato parziale, al 49% su 5.107.
Mille in meno, dunque, o 3.742 conferme quasi al buio? Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Entrambe le cose, ed è in questa doppia verità che sta l’unica risposta onesta da dare sulla questione: sul piano contabile è un passo indietro di un quinto rispetto al massimo storico, sul piano dell’umore collettivo, del sentiment nei confronti del club, è decisamente un risultato di tutto rispetto, con ogni probabilità fra i migliori del campionato in valore assoluto, anche se per dirlo con certezza bisognerà attendere ancora un po’. Il vero esame, ora, non è quello del dato “statico” di fine ottobre comunicato oggi, quello ormai va negli annali: se è vero che nelle gare interne si sfiorano i cinquemila spettatori complessivi, ci sono circa milleduecento persone che al palazzo ci sono andate comprando il biglietto per la singola partita: sono quelle, più le altre 1000 necessarie a riempire il palazzo, la vera sfida di attrazione e riconquista che la società ha davanti. Se la sfida verrà vinta, la cifra di 5000 frequentatori abituali del palazzetto, abbonati o meno che siano, agognati da Michael Arcieri due mesi fa non rimarrebbe di certo la troppo ottimistica boutade promozionale che poteva sembrare ad agosto.
