Trieste finalmente raccoglie oltre a seminare: Bologna è solo l’inizio
Virtus Costa Bologna: Bello 7, Carr 12, Kokila 8, Casarin 4, Moore 10, Edwards 15, Baiocchi 0, Milazzo n.e., Alston 16, Hackett 4, Ferrari 13, Diouf 4. Coach: A. Mumbru.
Pallacanestro Trieste: Ross 18, Canka 0, Deangeli 2, Galloway 24, Ruzzier 2, Martucci n.e., Candussi 6, Paiano n.e., Brajkovic 4, Jones 21, McDermott 23. Coach: F. Taccetti.
Arbitri: L. Baldini, C. Borgo, A. Nicolini.
Parziali: 24-25, 31-21, 17-31, 21-23.
Progressivi: 24-25, 55-46, 72-77, 93-100
Il sedicesimo posto pronosticato, ma la chimica non si compra
Vorremmo davvero conoscerli. Già la nostra idiosincrasia per i power rankings estivi è ormai elevata al rango di crociata personale, ma guardare negli occhi i soloni commentatori del basket lombardocentrico (novelli capitolinodipendenti) che piuttosto frettolosamente avevano quasi unanimemente incasellato Trieste al sedicesimo ed ultimo posto fra le squadre LBA ci donerebbe almeno 10 minuti di appagante soddisfazione, la soddisfazione di chi ha ormai compreso, anche per esperienza diretta, che le mere collezioni di celebrati campioni, di nomi famosi dal passato importante, totalmente fine a sé stesse, alla moltiplicazione degli abbonamenti e dei post di ammirazione, soccombono sempre, con la disarmante precisione di un teorema matematico, davanti a squadre che trovano subito la chimica in modo inspiegabile ma naturale, a giocatori che godono nel giocare assieme, che condividono responsabilità e gerarchie senza gelosie e senza specchiarsi nel proprio passato (o, in taluni casi, nel proprio futuro). Che sono capaci di gettare il cuore oltre l’ostacolo, non si fanno abbattere né dai pronostici né da risultati predeterminati prima della palla a 2, dai break avversari, da talento, centimetri chilogrammi dai quali vengono sovrastati. Che sono capaci di rinascere con carattere dalle situazioni più deteriorate, che imparano dai propri errori, che mantengono il sangue freddo quando più conta. Che infine, si affidano ai propri assi quando il pallone pesa una tonnellata, e non ne vengono mai traditi, sia che si rivelino vincenti sia che sbaglino l’ultimo tiro. Queste sono squadre che sono destinate a raccogliere molto più di quanto la semplice somma dei singoli talenti porterebbe a calcolare.
Contro questa Trieste fare calcoli porta guai
In effetti, contro questa versione triestina fare calcoli ti porta invariabilmente a perdere, e magari ad avere la faccia tosta di andare in sala stampa a lamentarti degli arbitri (“mai visto un trattamento del genere in 34 anni”, dice Mumbrù…), dell’attrazione gravitazionale, delle tempeste magnetiche. Perché, bisogna ammetterlo, comprendere da dove arrivi la capacità di imporsi nel cuore -e di conseguenza nelle gambe, nelle mani e nella testa – di una squadra che non ne avrebbe teoricamente nessuna possibilità, è quanto di più difficile possa esistere nello sport di squadra ed in ultima analisi nelle relazioni sociali fra gruppi. Ti porta, ad esempio, a cercare spiegazioni razionali come l’accanimento arbitrale (peraltro totalmente assente) ad un fenomeno che di razionale ha, oggettivamente, ben poco.
Il piano di Mumbrù, le contromosse di Taccetti
Trieste, a Bologna, nel mondo fatato dei power ranking non avrebbe mai dovuto vincere. Le V nere venivano da cinque convincenti vittorie consecutive in campionato, fra cui l’ultima sul campo dei campioni d’Italia dopo aver recuperato 18 punti di svantaggio. Avevano sì perso due partite consecutive al Paladozza in Eurolega, ma semmai questo avrebbe dovuto instillare in una squadra tutto sommato simile a Trieste per chimica ed equilibrio, una gran voglia di rivalsa davanti al proprio pubblico, la necessità di dimostrare che perdere due partite importanti di fila è da considerare solo un trascurabile incidente di percorso. E non si venga a raccontare che alla quarta partita in poco più di una settimana la squadra felsinea ci è arrivata stanca fisicamente e scarica mentalmente: Mumbrù può contare su un roster composto da 10 stranieri (anche se Diouf è di formazione italiana ed è in Italia da piccolo, pur essendo nato in Senegal) più Hackett, Casarin e Ferrari. Turnover possibile, pertanto, senza conseguenze su potenziale rendimento ed efficacia qualunque scelta venga fatta. Mumbrù, non potendo presentarsi con 9 americani contro Trieste, decide allora di rinunciare a Frazier, Diarra e Klintman. Gode comunque di un vantaggio strategico clamoroso nel pitturato, dove Kokila, lo stesso Diouf, ma anche Alston, Edwards e Ferrari portano in dote centimetri e versatilità, verticalità e velocità tali da far presumere che un reparto composto da Brajkovic al 60% e Candussi amante delle scorribande lontano dal ferro non possano arginare il traffico nel pitturato se solo la Virtus decidesse di martellare con continuità da sotto con penetrazioni ed isolamenti spalle a canestro. Taccetti, però, è deciso a non commettere lo stesso errore commesso nella prima metà della partita con Verona, ed utilizzando rotazioni difensive puntuali e ben congegnate tiene sostanzialmente la Virtus lontana dal ferro contrariamente al suo piano partita, che prevedeva invece di continuare ad attaccare l’area anche per caricare di falli un quintetto base che non è (sulla carta) supportato da una second unit in grado di reggere l’urto alla lunga. Finché i primi cinque biancorossi sono in grado di tenere il campo senza veder apparire l’arcangelo Gabriele che sorride loro da sopra il tabellone, Trieste porta gli avversari a scuola di basket: tantissima transizione, pochissime palle perse, ritmi vorticosi, percentuali più che discrete. Il primo quarto vola via velocissimo ma è nella seconda frazione che la squadra giuliana mostra (è costretta a farlo, magari un tantino troppo a lungo) il suo punto debole: sul +8 gli americani vanno qualche minuto a rifiatare in panchina, il quintetto triestino composto da italiani più Galloway non regge fisicamente ritmi ed intensità bolognesi: le V nere sviluppano il massimo sforzo perché sentono l’odore del sangue, ricuciono in un amen lo svantaggio, ingranano marce altissime ricorrendo a ripetizione al penetra e scarica, trovando una sequenza da tre punti che avrebbe abbattuto un uro in calore. Trieste finisce sotto anche di 14 con gli avversari che volano sul velluto con i continui giochi dentro-fuori, alto-basso e conclusioni ad altissima percentuale, piedi a terra, scoccati dall’uomo giusto dallo spot prescelto.
Il +14 virtussino e la realtà che torna ad essere normale
Il Paladozza torna a respirare, l’aristocratico pubblico di nero vestito si fa finalmente sentire, il peggio sembra passato. Gli impostori capaci di mostrare un bel basket, a tratti spettacolare, mettendo in mostra in particolare un Sean McDermott tornato ad impersonare una scuola umana di pallacanestro sui due lati del campo, un Langston Galloway che torna a fare quello che tutti sanno Langston Galloway sa fare e, soprattutto, un Lajae Jones che, almeno, potremo dire di aver avuto l’onore di vedere dal vivo agli albori della sua carriera da professionista. Il campionario del tricotico talento biancorosso è completo: schiacciate a due mani con giravolta da fermo a centro area, buzzer beater da tre cadendo addosso alle prime file di spettatori dall’ultimo centimetro quadrato disponibile di campo con la mano dell’avversario davanti al naso, tre “and one” consecutivi. Tutto questo, però non basta ad invertire ciò che gli dei del basket, intesi per quello che l’establishment precostituito vorrebbe da loro, hanno già apparecchiato: un secondo tempo in discesa per la Virtus, che parte dal +9 dopo aver toccato il +14, magari qualche pacca sulla spalla alla squadra di Taccetti brava a spaventare Bologna per qualche minuto, ma poi anche basta, si torni pure alla realtà…
Il tornado biancorosso: la resa non è nel suo DNA
Oddio, non basta solo in teoria. Perché questa Trieste, la parola “resa” non ce l’ha proprio nel DNA. Il rientro in campo degli uomini di coach Taccetti è quanto di più simile al passaggio di un tornado si possa vedere su un campo da basket. Già a metà terzo quarto i biancorossi annullano completamente il gap, ma soprattutto tornano coraggiosamente a provare ad imporre la propria filosofia di gioco, esattamente speculare a quella degli avversari. Il ritmo è vorticoso, ma Trieste guarda Bologna negli occhi senza alcuna paura, in totale assenza di timori reverenziali. Anzi, la sfida sul suo stesso piano, non indietreggia di un millimetro. Instilla, infine, il germe del dubbio nelle teste dei celebrati avversari, che con il passare dei minuti si trovano inaspettatamente ad inseguire: smettono di giocare al gatto con il topo, si innervosiscono ed il nervosismo è sempre cattivo consigliere. Aumentano le forzature, le iniziative personali prive di logica e basate esclusivamente sul talento e la fiducia nei propri mezzi (ma con risultati progressivamente meno redditizi a mano a mano che la lucidità lascia spazio alla stanchezza). Aumentano le proteste nei confronti degli arbitri, e questo è un segnale molto preciso: come è possibile che Trieste non ceda per diritto divino? Come è possibile che ribatta con una tripla, una palla recuperata, un rimbalzo in attacco, una palla contesa, un fallo ben speso, una penetrazione, colpo su colpo, canestro segnato dopo canestro subito, mantenendo con le unghie, con il sudore, con i denti, con le cattive molto più che con le buone quel paio di possessi di vantaggio che si porterà fino alla sirena finale? E’ possibile. Anzi, possibilissimo, perché, alla fine, talento nelle mani di questa tanto sottovalutata squadra ce n’è in abbondanza, con grave scorno dei suoi sempre meno numerosi detrattori. Ce n’è, anzi, in grande abbondanza.
Galloway, McDermott, Jones, Ross: il talento c’è
Galloway prende la squadra per mano nei momenti decisivi, prendendosi la palma di MVP dell’incontro. McDermott è un coltellino svizzero, sa fare tutto e lo sa fare bene sia in attacco che in difesa. Lajae Jones si spegne nella seconda parte ma è portatore sano di una qualità che gli permetterebbe già oggi di ricavarsi minuti importanti in NBA: il suo +20 di plus/minus in una partita vinta di 7 è di per sé la descrizione migliore per la sua prestazione. E Colbey Ross. Il play è più “silenzioso” del solito, in difesa è meno incisivo perché è gravato di 3 falli già dal secondo quarto (sarebbe stato bello se Mumbrù avesse notato anche quelli, oltre ai tre commessi da Moore), ma alla fine esce dal campo con 18 punti e 6 assist in 27 minuti. Se questa squadra potesse avere un apporto più continuativo dalla panchina, apporto che pur non è mancato a fiammate in questo primo 20% di stagione, allora potrebbe fin da subito ambire a smettere di preoccuparsi di ciò che le accade alle spalle e ricominciare a guardare verso l’alto.
Tanti piccoli compiti svolti meglio della Virtus
Il 115-94 di valutazione finale racconta di tantissimi, piccoli compiti che Trieste ha svolto meglio della Virtus. Perché, anche qui, oltre a quello del talento c’è un altro mito da sfatare: una vittoria si costruisce non solo con il cuore ed il coraggio, ma anche tirando con migliori percentuali, pareggiando il conto dei possessi, dei rimbalzi e quello degli assist, limitando le palle perse. Gestendo con intelligenza e grande freddezza i ritmi quando vanno gestiti in controtendenza alla propria natura, asciugando le rotazioni ma ponendo grande attenzione nel commettere i falli al momento giusto o chiamando i time out quando serve ad interrompere l’inerzia degli avversari. Il bello è che sia evidente come il capolavoro possa ancora essere migliorato: la squadra sembra possedere ancora ampi margini di crescita, a cominciare dalle sbavature difensive che nel primo tempo avrebbero potuto rivelarsi letali permettendo una fuga difficilmente arginabile. Può ancora crescere Brajkovic, che appare ancora limitato dal punto di vista fisico. Deve essere aggiunta affidabilità alla prestazione di chiunque entri dalla panchina, così come deve essere data continuità alla percentuale di tiro da fuori.
Il mare contro la pianura
Gioiscono i 100 tifosi biancorossi giunti in Emilia in questo lunedì sera lavorativo, ma avrebbero ugualmente gioito in caso di sconfitta. Il mare Adriatico, alla fine, con il suo inebriante odore salmastro, la sua impetuosità, la sua profondità, il suo velo di inesplicabile mistero, ha la meglio sulla sterminata, piatta, ricca pianura Padana. Qualcuno, bolognese e visceralmente virtussino, in qualche modo lo aveva previsto:
