tsportinthecity

La vittoria di Benjamin Franklin

Tempo di lettura: 4 minuti
Tripla de Tabela — tsportinthecity.it

Napule è

A ben vedere, si riduce tutto a una questione di soldi, il buyout preteso da Trieste e l’aumento senza logica preteso dal giocatore. Non un capolavoro di diplomazia partenopeo, ma la vittoria della coerenza di Michael Arcieri, mentre restano aperti i nodi mercato e PalaTrieste.

Tripla de Tabela tsportinthecity.it Agosto 2026
Il vero vincitore

Il faccione di Benjamin Franklin

Alla fine a vincere è Benjamin Franklin. Che non è l’agente americano di Markel Brown, né tantomeno il general manager di Napoli basket, bensì uno dei padri fondatori degli Stati Uniti il cui bel faccione campeggia sulla banconota da 100 dollari: si riduce tutto a una questione di soldi, ad un buyout importante preteso da Trieste e dapprima ignorato, poi preso sotto gamba da giocatore ed interlocutori vari, ed infine divenuto l’unica via di uscita. E ad un aumento di ingaggio senza logica preteso dal giocatore a stagione conclusa nonostante il contratto da lui stesso firmato a cifre ben diverse, talmente abnorme da risultare provocatorio.

La resa dell’entourage

Il male minore

Ma davanti alla ferma volontà di Michael Arcieri di far pagare a Markel Brown mesi di comportamenti troppo sopra le righe culminati con pretese economiche peraltro inaffrontabili anche volendo, ed una patetica quanto controproducente campagna mediatica che avrebbe avuto l’obiettivo di far passare da martire il povero Markel, l’entourage della trentacinquenne guardia della Louisiana ha dovuto capitolare.

Davanti alla concreta possibilità di trascorrere un inverno a guardare partite in TV su un divano ad Alexandria, con il buyout finale offerto da Napoli che, sebbene con ogni probabilità non abbia toccato i 200 mila euro pretesi, deve comunque essere lievitato ad un importo considerato congruo dal club giuliano, Brown ha accettato il “male minore”, quello che gli permettesse di allontanarsi per sempre da quella che ormai considerava una gabbia e che mai avrebbe rivisto da giocatore di casa, senza però riuscire ad incassare -lo dice la logica- quell’ingaggio così assurdo alla luce della sua età e di una stagione sottotono ma che lui cocciutamente pretendeva di valere. Posto che l’annunciata rescissione del contratto è ad oggi l’unico dato certo ed ufficiale della vicenda, e posto che l’unico modo per arrivarci fosse lo sblocco dello stallo tramite il pagamento della penale di uscita, rimarrebbe ad onor di cronaca la possibilità che a pagarla sia stato il giocatore stesso: ipotesi che però, per tutto ciò che si è detto e per la tanto decantata operazione stampo Richelieu architettata dalla dirigenza napoletana in settimane di trattative, appare perlomeno improbabile, se non impercorribile. Prendiamo dunque per assunto il pagamento: tutto sommato chi lo abbia fatto non cambia il risultato finale.

Non è diplomazia

La coerenza di Michael Arcieri

È ben lungi, dunque, dall’essere un “capolavoro di diplomazia”, una tela pazientemente tessuta dalla dirigenza partenopea culminata con il colpo di mercato finale per la società di Matt Rizzetta, come in queste ore viene celebrata dalla stampa nazionale, notoriamente accondiscendente con i potenti di turno. È, prima di tutto, invece, la vittoria della coerenza e della resilienza di Michael Arcieri, il quale, nonostante abbia ancora mezza squadra da allestire con un budget a disposizione non chiarissimo ma certamente ai minimi termini, non si è lasciato allettare dalle briciole gettate in pasto alla Pallacanestro Trieste nella speranza che, nel dopo Matiasic, poco sia meglio di nulla.

Attendere tutto questo tempo, resistendo agli attacchi di giocatore ed agente, ha permesso alla fine di poter dare il benservito al giocatore ottenendo in cambio il risparmio dell’ingaggio già sopravvalutato, sommato ad un buyout che costituisce davvero un tesoretto per chiudere velocemente il mercato.

Perché, intendiamoci, di benservito si tratta. È sufficiente analizzare il tono delle tre righe di comunicato con cui viene annunciata la rescissione del contratto: Trieste, oggi, ha bisogno di giocatori motivati e ben consci della missione che li attende, e su questo non può permettersi di sbagliare le scelte. Trattenere il giocatore contro la sua volontà sarebbe stato, anche in questo senso, un errore madornale.

Cinquant’anni di storia

La più mesta uscita di scena

Rimane, però, l’amarezza personale di un GM che un anno fa lo aveva (vai a sapere perché) nominato co-capitano, e che lo aveva accolto come primo ingaggio straniero dopo la promozione lampo in serie A. E rimane, ad oggi, la più mesta uscita di scena di un giocatore americano così importante in cinquant’anni di storia.

Fra giocatori che si professavano Triestin Forever, altri che ancora oggi condividono dopo anni le stories della società sul loro profilo Instagram, altri che farebbero carte false per tornare (vogliamo parlare di McDermott e Ross?), altri che se ne sono andati con amarezza per fine contratto o perché erano finiti i soldi, altri infine che vengono accolti da standing ovation al PalaTrieste quando ci tornano da avversari, a memoria d’uomo mai la questione dirimente, quella vera al di là delle dichiarazioni strumentali o quelle di circostanza, è stato esclusivamente il faccione di Benjamin Franklin. Persino la drammatica fuga di Barnes e Laurel, che di positivo aveva forse solo i test antidoping, ha lasciato un retrogusto romantico, quel sapore avventuroso e malinconico tipo un Dandi ed un Libanese ante litteram. Ed è un’uscita di scena che offusca quanto di buono, tantissimo, il giocatore abbia saputo declinare sul campo in due stagioni biancorosse.

Il cantiere sportivo

Tre stranieri e un italiano: il roster da chiudere

Ora che un capitolo doloroso ma fruttuoso si è concluso, però, altri devono chiudersi a ruota alla velocità della luce, perché il campionato ed il suo inizio fragoroso è ormai alle porte. Gli stranieri che mancano all’appello sono ancora tre, fra loro ci deve essere almeno una guardia con tanti punti nelle mani ed un centro che possa essere competitivo per stazza e tecnica in una lega che ha enormemente alzato l’asticella. Il terzo potrà essere un’ala grande che possa giocare anche da esterno, oppure un esterno che per atleticità non abbia problemi a battersi sotto canestro.

Per il quinto italiano, invece, c’è poco da sondare: quelli con minuti importanti nelle mani sono tutti accasati in Serie A o in A2, e dunque è più che probabile che a chiudere il roster sia un giovane di complemento.

Il nodo irrisolto

La squadra “abusiva” del PalaTrieste

Ma a pesare sulle preoccupazioni del GM non è solo la squadra: ad oggi, infatti, non risulta ancora firmato il tanto sbandierato accordo con il Comune per la gestione del PalaTrieste, con la conseguenza che in questo momento la squadra si sta allenando nell’impianto da “abusiva”.

Le domande senza risposta

Il nodo PalaTrieste

Senza un contratto firmato, nel caso di infortuni alle maestranze, chi pagherebbe?

A carico di chi sono le bollette dell’acqua e dell’illuminazione?

A che titolo possono entrare Futurosa e la miriade di altre associazioni che abitualmente usufruiscono dell’impianto? Possono realmente farlo? Chi risponde?

Quale sponsor, infine, si sentirebbe di sottoscrivere un accordo con una controparte che ufficialmente è ancora senza casa?

Dopo il tanto (auto)acclamato raggiungimento dell’accordo, saremmo tutti ben lieti di porci anche questa storia alle spalle, una storia che ha ammorbato l’estate biancorossa tanto quanto la vicenda del co-capitano.

Torna in alto