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My City Of Ruins, ovvero la crisi del calcio giovanile triestino

Tempo di lettura: 7 minuti

Hic Sunt Leones: le colonne di Aurisina come nuovo confine dell’impero

E’ inutile: quelle che avevano rappresentato a lungo per i giovani calciatori triestini il trampolino di lancio verso trionfi e maramaldeggiamenti vari sui campi di tutta la regione, le “colonne di Aurisina”, da qualche tempo si sono trasformate in un limite invalicabile, oltre il quale in qualunque categoria, indossando qualunque casacca delle mille che caratterizzano il territorio provinciale, le squadre alabardate (in senso ampio) sono destinate a soccombere davanti alle invincibili armate di Manzano, Carlino, Udine, ultimamente anche Cividale, San Daniele, Fontanafredda o Sacile.

Anche l’ultimo scorcio di questa strana stagione iniziata, interrotta, ricominciata tra mille precauzioni e finita davanti a folle festanti di genitori privi di qualunque freno sanitario, ha visto inesorabilmente cadere, in rapida sequenza, l’intero plotone delle rappresentanti giuliane nelle due categorie alle quali è stato permesso di disputare un torneo regionale: negli Under 15 l’unica portabandiera della città avanzata fino alla semifinale è la Triestina (costruita, però, per disputare un campionato nazionale, sebbene partecipando sotto età), sconfitta dalla Manzanese. Anche negli Under 17 è solo una squadra triestina ad essere avanzata fino alla semifinale, il San Luigi (che peraltro lo ha fatto a spese della Trieste Academy) a sua volta eliminato dagli Orange friulani. Per il resto, inutili risultati tennistici, se non da minibasket, durante le eliminatorie nei gironi, enormi difficoltà ed evidenti deficit fisici e tecnici nei confronti delle contendenti d’oltre Isonzo durante i playoff, sconfitte pesanti ed inesorabili, in gran parte già scritte nei pronostici.

E’, peraltro, un copione che si ripete ormai da molte stagioni al netto di qualche rarissima eccezione, segno che ad un certo punto qualcosa, nel formidabile meccanismo di quella fabbrica di talenti che per decenni fu il minuscolo territorio triestino si è inesorabilmente inceppato. Per l’amor del cielo, sporadicamente qualche ragazzo riesce ad emergere, qualcuno riesce addirittura a spiccare il salto verso il settore giovanile di club professionistici (spesso in regione) o, clamorosamente, ad esordire e ben figurare nelle serie maggiori, come successo con Petagna prima, Calò e Pobega più recentemente. Ma l’impressione è che, per la maggior parte, siano episodi più legati al caso che alla programmazione, generati dalla bravura dei singoli più che dalla capacità di costruire e sfornare giovani campioni con lavoro e capacità di insegnamento, sebbene non manchino certo poche ma ben note eccezioni.

Le ragioni sono difficili da dire. Nel senso letterale del termine, perché in effetti sono piuttosto chiare, ma a quanto pare in pochi hanno il coraggio di esprimere la propria opinione fuori dai denti in un ambiente sclerotizzato, legato a rapporti di potere ben definiti ed impossibili da scardinare, anche se ne va del bene del calcio triestino.

Ed allora, proviamoci, e se qualcuno si sentirà punto nel vivo (quando non offeso), pazienza: siamo qui per discuterne e, magari, uscirne.

Troppe società per troppo poco spazio

Primo: a Trieste ci sono troppe società per il numero di bambini/ragazzi che praticano questo sport, a maggior ragione dopo i due lockdown che hanno generato una pesante “crisi di vocazione” con un elevatissimo tasso di abbandono o di migrazione verso altri sport. Siamo tutti legati ai nomi della nostra infanzia, a piccoli e piccolissimi ma gloriosi club che fungevano da calamita in ognuno dei rioni cittadini, di cui erano l’orgoglio e l’espressione. Siamo legati ai loro colori, ai loro simboli, molte volte siamo cresciuti insieme, ma da avversari, con molti dei giocatori che ne popolavano gli improbabili sterrati adibiti a campi da gioco, per cui quello che affermiamo è doloroso per noi come per chi legge. Ma, oggi, non c’è più spazio per tutti. Per prima cosa, non ci sono ambienti e strutture adeguate, non ci sono campi, molte società sono costrette ad emigrare in altre zone della città o addirittura a disperdere le proprie squadre in giro per la provincia. Inoltre, mancano gli istruttori, gli educatori, i tecnici istruiti, certificati, formati adeguatamente: molte volte sono genitori che si prestano a fungere da mister, o sono gli stessi anziani dirigenti ad accomodarsi in panchina con modi e convinzioni superati quanto inadeguati.

Ne consegue un indebolimento generale, che potrebbe essere superato da aggregazioni, da sinergie, da unioni di intenti che in una città sempre più litigiosa come la nostra sono ancora tabù. Ultimamente qualcuno ci sta provando, ma la storia insegna che l’impresa, a Trieste, è titanica, sebbene ogni volta ci auguriamo che sia finalmente quella buona. Il risultato: assistiamo a fasi provinciali insulse, inutilmente umilianti per molte e scarsamente probanti per poche altre in grado di avanzare alla fase regionale. Vedere Triestina, Trieste Academy, San Luigi, imporsi con distacchi in doppia cifra da settembre a dicembre non fa altro che ingenerare nell’ambiente (giocatori, allenatori, presidenti, genitori) una distorta illusione di invincibilità, quando invece la reale forza della propria squadra non è stata ancora minimamente messa alla prova: lo scontro frontale con la realtà, da gennaio a maggio, può essere, e spesso è, devastante.

La Triestina come detonatore di una polveriera già pronta ad esplodere

A Trieste si vive di rivalità storiche, alimentate ed esasperate, se possibile, negli ultimi tempi. C’è poco da far finta di niente e non nominare l’innominabile: l’entrata a gamba tesa della Triestina del dopo fallimento, ed in misura ancora maggiore del surrogato Victory a stretto giro, ha generato malumori, risentimenti, ripicche, sentimenti di rivalsa in tutte quelle società cittadine, molte, che si sono sentite defraudate e depredate da operazioni di trasferimento di ragazzini spesso (quasi sempre) poco condivise, specie nelle prime due stagioni. Nulla di illegale o di irregolare, ci mancherebbe altro, ma sufficientemente invasivo da fungere da detonatore in un ambiente già saturo. In seguito si sono generate fazioni, schieramenti di club medio piccoli “associati” a quello alabardato contrapposti alle società storiche del territorio, quelle numericamente più importanti, quelle che, in modo peraltro piuttosto comprensibile, esigono che il loro lavoro di formazione e creazione di qualità abbia un sacrosanto tornaconto in termini di risultati o, più prosaicamente, sotto forma di premi di preparazione. Non che operazioni del genere fossero una totale novità in città, anzi: sono la causa storica di malumori e rancori mal sopiti; è solo che un attore così ingombrante aggiunto improvvisamente ed inaspettatamente alla concorrenza ha esasperato ulteriormente un ambiente già provato.

Oggi questa situazione amplificata, a causa dell’animosità risentita trasmessa (colpevolmente) anche ai ragazzini, fa sì che la Triestina non sia più l’ambizione maggiore per ogni piccolo calciatore giuliano, ma sempre più spesso la renda piuttosto il rivale più acerrimo. Gradualmente l’emorragia “spontanea” di giovani talenti da San Luigi, Borgo San Sergio, Sant’Andrea o Roiano verso la società rossoalabardata si è praticamente arrestata, ed anzi ultimamente si assiste ad un flusso inverso: i risultati delle squadre del settore giovanile della Triestina, uniche della città a poter disputare campionati nazionali o perlomeno interregionali, sono l’esatta fotografia di questa dilaniata situazione. Come se non bastasse, i ragazzini dotati di maggiore talento allevati in città dalle società più importanti vengono indirizzati per provini od allenamenti selettivi verso l’Udinese, il Pordenone, il Milan, la Juventus, il Chievo o la Virtus Verona. Ovunque, tranne che al Rocco. Qualcuno, due conti dovrebbe farseli.

L’evoluzione della specie: dai dinosauri al metodo applicato

Non che nella costellazione di club grandi e piccoli le logiche sportive permettano maggiore ottimismo. In alcuni casi, ad esempio, i club sono ancora retti con rigorosa testardaggine da dinosauri del calcio, nell’accezione positiva di tale concetto: finché ci sono state le condizioni ambientali adeguate, i dinosauri hanno dominato incontrastati il mondo. Quando tali condizioni sono mutate, ed i rettili non sono stati sufficientemente lesti nell’adattarsi, l’evoluzione li ha inesorabilmente spazzati via. In altre parole, è ora che si inauguri la stagione dello svecchiamento, dell’apertura ad idee più moderne, a metodi maggiormente adatti al tipo di vita, all’alimentazione, ai ritmi, all’atteggiamento ed all’apertura mentale dei giovani calciatori.

Per farlo, naturalmente, non è sufficiente cambiare presidente, DS o Consiglio Direttivo: sono necessari gli uomini e le conoscenze, è necessaria la volontà di istruirsi, di inventarsi formatori di uomini oltre che di giocatori, gestori di gruppi oltre che di “stelline”: troppo spesso legati esclusivamente al risultato, schiere di iracondi, nervosissimi e litigiosi “mister” schierano invariabilmente quei due-tre ragazzini che secondo loro possono donar loro la vittorietta del sabato pomeriggio, anziché motivare la propria squadra ad offrire un rendimento maggiore di quello della somma dei singoli. Gli spettacoli a cui siamo costretti ad assistere negli umidi pomeriggi dal bordo dei campetti a sette, o di quelli a nove, oltre ad essere spesso umanamente deprimenti, fanno immaginare con precisione quello che accadrà entro pochi anni. Schiere di individualisti dall’ego esasperato che vorrebbero andarsene a casa con il pallone alla prima difficoltà (o alla prima sconfitta). Attenzione, però: la moda sempre più dilagante di inaugurare “collaborazioni” con club famosi, il cui maggiore valore aggiunto è spesso limitato al marchio, potrebbe far cadere molti tecnici locali, anche giovani, nell’equivoco che i metodi di allenamento calati in modo standardizzato dall’alto, tutti uguali da Vipiteno ad Agrigento, possano essere imposti senza adattamenti e personalizzazioni in qualunque realtà. Bisogna uscire dalla pigrizia del benessere, è necessario pensare in modo dinamico ed adattivo. Naturalmente non è un processo facile, ma mettere a frutto le conoscenze e le esperienze di club professionistici declinandoli in modo intelligente alla propria realtà potrebbe essere l’unica occasione per uscire dall’impasse.

I galli nel pollaio: l’unico aspetto positivo della pandemia sono state le porte chiuse

Last but not least, la dipendenza diretta di società ed allenatori da genitori spesso invadenti, aggressivi, arroganti, saccenti e, purtroppo, rumorosissimi. Per non parlare dei genitori-sponsor o, specie ancora peggiore (perché non dovrebbe esistere in natura), quella dei genitori che per consolidata quanto immorale consuetudine sono costretti dalle società di “atterraggio” a pagare di tasca propria i premi di preparazione alle società di partenza, e dunque si sentono in credito morale (vuoi giocare con noi? benvenuto! noi comunque non paghiamo nemmeno un euro, se vuoi giocare con noi ti promettiamo un posto da titolare, ma il premio lo paghi tu. Qualcuno ha il coraggio di affermare che prima o poi proposte simili non siano state fatte?). Il malcostume, a quanto pare, è piuttosto diffuso ovunque, e non possiamo escludere che succeda anche nella bassa friulana o nel pordenonese. Ciò che osserviamo girando la regione, od ospitando team provenienti dalle altre provincie, però, è un maggiore rispetto dei ruoli, una minore invadenza delle componenti esterne nelle scelte tecniche, più concretezza e meno chiacchiere. Se al Donatello, al Fontanafredda o al Cjarlins logiche ed equilibri siano gli stessi o meno, noi non lo sappiamo con certezza: l’apparenza contraria, corroborata dai risultati, però, è piuttosto netta.

Possiamo aspettarci un cambiamento a breve? Stiamo scherzando?

Questa la situazione. Le soluzioni? Non le conosciamo. O meglio, sono costituite dall’eliminazione, o almeno della volontà di eliminare, tutte o parte delle cause che abbiamo elencato. Ma siamo sicuri che questa volontà ci sia? Non lo siamo affatto. Ciò su cui siamo disposti a scommettere, invece, è che ad agosto si inizierà nuovamente la scalata ai vertici regionali, ognuno rigorosamente per conto suo. E gioendo, in cuor proprio, per l’eliminazione per mano del Talmassons degli acerrimi rivali della porta accanto, appena un paio di settimane prima della propria eliminazione in casa per opera del Pro Fagagna.

My City Of Ruins (Bruce Springsteen, The Rising, Columbia Records © 2002)

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1 commento su “My City Of Ruins, ovvero la crisi del calcio giovanile triestino”

  1. Tutto giusto quanto scritto ma coloro ai quali questo articolo è indirizzato sapranno mettere in pratica oppure ci passeranno sopra continuando a tapparsi occhi ed orecchie per mantenere i loro miseri poteri.In questo modo il calcio giovanile morirà per esaurimento, c’è ancora un po’ di tempo per evitare tutto ciò ma ci vuole coraggio ,lasciare da parte le rivalità e lavorare tutti assieme.Utopie?

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