tsportinthecity

Stayin’ alive

Tempo di lettura: 8 minuti

(coach Taccetti nella foto Alessandro Sutz)

Tripla de Tabela — tsportinthecity.it

Trieste-Cantù 92-72: troppo presto per gioire?

Dopo tre sconfitte di misura, la squadra di Taccetti travolge Cantù con una prestazione di carattere e qualità. Il roster asciutto, la chimica ritrovata e un pubblico ritornato a crederci: il bicchiere è finalmente mezzo pieno.

Tripla de Tabela di Francesco Freni tsportinthecity.it Ottobre 2026
La partita

Una vittoria che cambia il morale

Non che ci fossero dubbi sulla vitalità di questa squadra dopo le prime tre vittorie sfiorate nelle prime tre giornate di campionato. Ma, per l’appunto, di “vittorie sfiorate” si trattava. Se vogliamo per forza vedere il bicchiere mezzo vuoto, possiamo addirittura parlare di occasioni perdute, tanto vicina era andata Trieste a cogliere una, o anche tre, vittorie che alla fine non avrebbero sorpreso nessuno, tranne forse l’intero scibile dell’establishment precostituito della pallacanestro italiana.

Al tempo stesso, i sorrisi, l’ottimismo, le pacche sulle spalle, finanche i complimenti piovuti sulla squadra e sul coaching team non avevano portato punti in classifica, di conseguenza il margine di errore al momento della palla a due contro Cantù si era fatto sottile quanto la lama di un rasoio, ed una eventuale sconfitta altrettanto pericolosa per le ricadute su morale ed ambiente che un nuovo stop avrebbe inevitabilmente generato. In altre parole, il risultato accettabile in questo quarto turno di LBA era solo uno.

Lodovico Deangeli in azione durante Trieste-Cantù
Lodovico Deangeli — photo Alessandro Sutz

Ebbene, questa versione triestina, costruita tardi ma con intelletto infinito ed allevata a pane e Taccetti, non si scompone affatto. Non viene schiacciata dalla pressione e dall’ansia, non si cura di aspettative e di eventuali conseguenze, anzi assorbe l’energia della sua gente metabolizzandola in positività e determinazione. È forse l’aspetto che più piace di questo gruppo: il focus ferocemente mantenuto in qualunque situazione, la fame, la voglia di far bene e di dimostrare, anche da parte di giocatori che da dimostrare nella loro lunga carriera, ormai, non hanno più nulla.

C’è poco da girarci attorno, tanto ormai l’hanno capito anche i gradoni di cemento del PalaTrieste: le “raccolte di figurine”, le collezioni di talenti di plastica poco propensi a donarsi alla causa, alla maglia, al gruppo ed ai compagni, e di gran lunga più portati a specchiarsi nelle loro supposte (e spesso auto attribuite) capacità, non portano mai da nessuna parte, a nessuna latitudine. L’operazione sfoltimento perseguita, talvolta in modo spietato, dal General Manager durante l’estate, pur portando al completamento della squadra poche ore prima dell’esordio al Forum, ha sfrondato il roster da elementi che in questa stagione votata all’assalto all’arma bianca non avrebbero oggettivamente avuto diritto di cittadinanza, né dal punto di vista tecnico né tantomeno, umano.

Il gruppo

Un roster asciutto, una chimica perfetta

Ne risulta un roster asciutto, se vogliamo quasi ridotto ai minimi termini, ma nel quale tutti all’interno dello spogliatoio perseguono con la stessa, feroce determinazione lo stesso fine. Oltretutto, è spiazzante la velocità con la quale il gruppo si sia cementato, abbia oliato meccanismi difensivi complessi (che peraltro mantengono ampi margini di miglioramento sui quali il coaching team sta sicuramente lavorando) ed un flow offensivo che pare nato, come avrebbe dovuto, a metà agosto anziché a fine settembre. Ma, a ben vedere, motivazione e chimica di gruppo sono due facce della stessa medaglia.

Dopo una stagione partita con mire di grandezza ma ben presto naufragata soprattutto a livello di immagine, dopo la grande paura durata ben oltre l’uscita di scena di Paul Matiasic, dopo le beghe di mercato strumentalizzate da chi voleva trarne profitto (nel senso strettamente pecuniario del termine), dopo le incertezze sul budget e le difficoltà nel reperire le persone, prima che i giocatori giusti, Trieste sembra ora una Fenice rinata dalle proprie ceneri. Il pubblico, forse meno numeroso rispetto alle passate stagioni ma ancora ben al di sopra delle medie nazionali sia come affluenza che come abbonamenti venduti, adora l’atteggiamento arrembante che vede in campo: alla gente piace vedere giocatori che lottano, sudano, si incazzano, litigano, si tuffano, esultano, giocano assieme uno per l’altro.

Trieste, oggi, ha due soli punti in classifica con un record del 25% di vittorie, ma dai social e nel mood dei tifosi è totalmente sparita la negatività, la tristezza, il pessimismo che avevano caratterizzato l’età plumbea che ha portato il club a questo punto della sua storia. Del resto, alla luce di quanto visto in ogni campo nelle 32 partite finora giocate, la distanza tutto sommato ridotta fra le ormai ex “corazzate” ed il gran gruppo delle pretendenti (forse, oggi, solo Bologna pare di un’altra categoria) anche i risultati non potranno che seguire, con una consequenzialità quasi ovvia: anche Trieste può annoverarsi a buon diritto fra le squadre che possono ambire a piazzare più di qualche colpo, che ormai di sorprendente non avrebbe più nulla.

La second unit

Candussi, Ruzzier e Deangeli: l’arma in più

Ma non c’è solo rabbia e determinazione in questa squadra, anzi. La conferma arriva anche (e soprattutto) dalla second unit, quella che aveva fatto storcere il naso a molti per la sua supposta scarsa competitività e per la brevità delle rotazioni, ed è una conferma molto più tecnica che umana. L’apporto sotto canestro di Francesco Candussi, oggi, è quello di un centro italiano di lusso che in molte altre squadre non riesce a dare, per un motivo o per l’altro, nemmeno un centro straniero. Rimangono le sue caratteristiche fisiche, rimane la sua lentezza sulle gambe nel difendere soprattutto nei rapidi cambi difensivi, ma ormai il centro friulano triestino acquisito può essere annoverato fra quei rarissimi casi di italiani che fanno davvero la differenza nel pitturato.

Francesco Candussi al tiro contro Cantù
Francesco Candussi — photo Alessandro Sutz

Quest’anno ha oltretutto compreso che la sua dimensione offensiva va ben oltre la pericolosità da tre punti: ha aggiunto il tiretto da quattro metri (clamoroso il buzzer beater in fade away dal pettine con la mano di Grazulis in faccia), ha cattiveria a rimbalzo, è credibile come terminale nel pick and roll. In una situazione nella quale è ancora necessario attendere il miglior Brajkovic, avere Candussi a questi livelli è una manna dal cielo per Taccetti. Michele Ruzzier, dal canto suo, rimane ancora poco amico del ferro, ma è il solito geometra con il metronomo in testa: la sua affidabilità in regia deriva anche dalla inestimabile esperienza accumulata, e lo rende uno degli allenatori in campo.

Ed infine Lodo Deangeli, che da tempo si è spogliato dell’odioso mantello monotematico che ne aveva accompagnato anche troppo a lungo la carriera, dimostrandosi anche un attaccante credibile e pericoloso da sotto come da fuori: il bello è che più segna, più riesce in quello che prova, più acquisisce autostima e confidenza, generando un circolo virtuoso che al momento lo rende uno fra gli italiani più incisivi del campionato. Dal momento che può giocare indifferentemente in due ruoli (e non si tira certo indietro se si tratta di andare a sportellate nel pitturato se nelle rotazioni difensive si trova in isolamento contro il centro americano avversario) è al momento il vero coltellino svizzero del coaching team.

Il quintetto base

Ross, Galloway e l’affidabilità dei primi cinque

Il quintetto base, dal canto suo, appare estremamente affidabile nelle sue gerarchie. La squadra è saldamente in mano ad un Colbey Ross che, spogliato dal fardello psicologico del dualismo (vero) con l’ex “gemello del gol” dei tempi di Varese, è tornato a poter competere per la palma di miglior giocatore del campionato. Ross è capace di fiutare la partita e di dosare le proprie accelerazioni in funzione delle necessità, mettendo i compagni in condizione di esaltarsi se capisce che sono in giornata buona. Ad esempio, contro Cantù, gestisce il proprio sforzo con intelligenza, senza forzare il polpaccio malconcio dopo i crampi sofferti nel finale a Varese, guarda poco il canestro (tira “solo” 9 volte in 20 minuti) ma piazza 9 assist.

Nessuna sorpresa, invece, dalla prestazione di Galloway, tornato su livelli standard dopo una partenza di campionato a singhiozzo. Del resto, un giocatore di 35 anni che inizia una stagione in un posto nuovo arrivando neanche due settimane prima dell’esordio, senza adeguata preparazione atletica, è piuttosto prevedibile che abbia tempi mediamente lunghi per entrare in ritmo. La sensazione è che i 19 punti, i 5 rimbalzi, il 24 di valutazione in 32 (!) minuti siano solo l’inizio.

Langston Galloway esulta durante Trieste-Cantù
Langston Galloway — photo Alessandro Sutz
Gli stranieri

McDermott, Brajkovic e la “sorpresa” Jones

Sean McDermott, ora possiamo dirlo, è arrivato a pochi secondi dal morire sul campo a Varese una settimana fa. È stato letteralmente salvato dal pronto intervento della dottoressa Chiara Rosin, che gli ha permesso di tornare sulle sue gambe (tremanti) in spogliatoio. Ebbene, il marine sosia di Tim Dillon, da martedì scorso, è quello che ha spinto più degli altri in allenamento, quello che si è preparato con più impegno, anche fisico, all’appuntamento con Cantù. 31 minuti in campo nei quali litiga con l’unico fondamentale di cui dovrebbe essere padrone, il tiro da fuori. Per il resto, è un incubo in difesa per ogni avversario, si getta su ogni pallone, è scaltro a rimbalzo. Imprescindibile.

Brajkovic è nel pieno del suo percorso di recupero fisico e di intesa con la squadra, ma già ora, quando innescato con i tempi giusti, dimostra ciò che di buono si dice su di lui: senso della posizione nello spazio, ottima tecnica con entrambe le mani, tempismo a rimbalzo (aiutato anche da una apertura alare inarrivabile per quasi tutti). Gli serve tempo, anche se l’intesa nei giochi a due con Ross e Ruzzier cresce a vista d’occhio. Certo, fosse affiancato da un 4 straniero di ruolo dinamico e fisicamente debordante, la squadra smusserebbe anche l’ultimo spigolo.

Spigoli che, per quanto riguarda Lajae Jones, riguardano soprattutto i diretti avversari. Lajae rischia davvero di rivelarsi la miglior presa straniera dell’intera LBA di questa stagione, già ora è l’americano che produce i migliori numeri in funzione all’età negli ultimi vent’anni di campionato. Che sia un predestinato lo dice direttamente Golden State, che ne detiene tuttora i diritti e che se lo riprenderà al termine della stagione. Contro Cantù sfodera una doppia doppia autoritaria e sfrontata, fatta di fisico, tecnica, precisione, cattiveria, personalità. Del resto la posta in palio per lui è di un livello tale che aspettarsi questa determinazione, questo impegno, sapendo che su di lui sono accesi per davvero i riflettori dell’NBA, è oggettivamente un’operazione scontata.

Le avversarie

Anche basta con la sindrome di Cenerentola

Infine, le avversarie. Davvero non si può sentire che Trieste finora abbia affrontato una Milano svogliata ed inguardabile, una Venezia incompleta, una Varese che sembra la Trieste dell’anno scorso e la peggiore Cantù degli ultimi 90 anni (tanti sono quelli della storia del club lombardo). La verità “vera” è che mentre tutti, noi compresi, guardavamo al primo mese di campionato come a una sorta di pre season senza speranze (anzi, con l’unica speranza, almeno, di limitare i passivi), indipendentemente dall’avversaria coach Taccetti ed i suoi assistenti ne hanno studiato punti deboli e caratteristiche, preparando ogni incontro in modo certosino, con la convinzione di poter conquistare i due punti, altro che “questo sarà il nostro precampionato”.

Se è vero che per tre partite la squadra ha fallito le prestazioni da tre punti, è anche vero che le sconfitte siano arrivate esclusivamente a causa di episodi o circostanze esterne negative. Si vince anche perché si fa in modo che gli avversari giochino male, e quindi il merito delle mediocri prestazioni di Milano, Venezia e Varese va in gran parte a Trieste. Poi, messa di fronte ad una squadra con potenzialità fisiche e tecniche più che discrete, ben lungi dall’essere dominante o partire favorita al Palatrieste (dove porta a referto il triestino classe 2009 prodotto Azzurra Federico Bagordo), ma pur sempre, in teoria, una diretta contendente alla salvezza, finisce 121 a 61 di valutazione complessiva. Sintesi perentoria che non lascia spazio a ulteriori discussioni. Forse è ora che Trieste – intesa come ambiente, dal momento che la squadra non sa cosa sia – si spogli una volta per tutte dalla sindrome di Cenerentola.

Il tabellino

Trieste-Cantù 92-72

Parziali: 22-18, 24-20, 25-17, 21-17. Trieste: Ross 9 (3/9, 9 ass), Galloway 19 (5/12, 5 rim), McDermott 9, Jones 21 (13 rim), Candussi 10, Deangeli 10, Ruzzier 5, Brajkovic 12. Cantù: Christon 11, Flagg 21, Gravett 6, Moraschini 2, Brown 3, Grazulis 6, Moretti 3, Olisevicius 20.

Valutazione complessiva: 101-61 per Trieste.

Torna in alto