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Tristezza Maxima

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Editoriale – tsportinthecity.it

Franchise FC, Vilnius, Roma e il lato oscuro dello sport

Dal Wimbledon FC ai BC Wolves, fino al doppio progetto romano: una storia di appartenenza, franchigie, dollari e disinteresse. Amore e tradizione contrapposti a cinismo ed affari.

acido muriatico
prologo

Quando il campo si arrende alla sterlina

Quando, nel 1989, Sam Hammam, presidente del Wimbledon FC, amatissima squadra di calcio dei ricchi sobborghi di Londra militante in First Division, vende lo stadio di Pough Lane, monumento che trasuda storia sportiva, lo trasforma in un lucrosissimo parcheggio e costringe la sua squadra a giocare in affitto a Selhurst Park, casa del Crystal Palace, un primo brivido scorre sulla schiena dei tifosi di mezza Inghilterra: qualcosa sta iniziando a scalfire le logiche del campo arrendendosi a quelle della sterlina.

Hammam, a metà anni ’90, tenta addirittura il trasferimento a Dublino per creare i Dublin Dons, ma viene clamorosamente rimbalzato dalla federazione irlandese. Nel 2001 vende il club a Charles Koppel e Pete Winkelman i quali, immediatamente, decidono che sia più redditizio trasferire la squadra a Milton Keynes, nel Buckinghamshire a 90 chilometri a nord di Londra seminando, adesso sì, il panico a Wimbledon.

Nel maggio del 2002 una commissione della FA non trova nulla da eccepire ed approva il trasferimento: rimarrà l’unico caso di trasferimento di franchigia nella storia del calcio inglese. Il Wimbledon FC si sposta a Milton Keys nell’autunno del 2003 e nel giugno dell’anno successivo cambia il nome in MK Dons.

Ancora oggi nessuno, NESSUNO nel Regno Unito chiama l’MK Dons con il suo nome: per tutti è, infatti Franchise FC. A Milton Keynes dispone di uno stadio da 31.000 posti, ma ne riempie al massimo 9500 per le partite di cartello.

I tifosi del Wimbledon, intanto, fondano l’AFC Wimbledon e ripartono dalla settima serie inglese: la squadra ottiene cinque promozioni in nove anni e torna in First Division, con il nuovo stadio di Plough Lane costantemente esaurito.

Si chiama appartenenza, si chiama rigetto, si chiama forza di reazione, si chiama amore e tradizione contrapposto a cinismo ed affari. Si chiama, anche, rivincita della visione romantica dello sport: il lato oscuro è destinato, sempre, a tornare tale. – La Franchise FC
C’era una volta Vilnius

La religione nazionale lituana: il basket

Vilnius è la capitale della Lituania. La Lituania, fin dall’epoca sovietica, ha sempre considerato la pallacanestro un formidabile simbolo di resistenza nei confronti del centralismo di Mosca, le cui squadre dovevano imporsi per ragion di Stato. I lituani, storicamente animati da sentimenti di indipendenza dalla Russia, considerano da sempre il basket una religione nazionale: vincere voleva dire prevalere sul giogo e prevalere aveva un significato che travalicava di gran lunga quello sportivo.

Creare campioni come Sabonis e Marciulionis, esportarli in NBA nel paese più odiato dal PCUS, mettere loro in mano le chiavi della nazionale dell’URSS: a Vilnius e Kaunas parlare di pallacanestro è come parlare di Diego Maradona a Napoli. In epoca post sovietica la tradizione non è certo svanita, ed anzi è amplificata, genetica, trasversale, profonda.

Nel 2022 a Vilnius, dal nulla, grazie agli investimenti di facoltosi investitori lituani nasce il Basket Club Wolves. I “Lupi di Vilnius” (con il logo che richiama pomposamente il Lupo di Ferro, leggendario simbolo della fondazione della città), nati per sottrarre l’egemonia nazionale allo Zalgiris, vengono entusiasticamente inseriti nel massimo campionato in patria, e, grazie soprattutto alle abili attività di lobbying che ne hanno preceduto il non richiesto avvento, sono immediatamente ammessi alla Europe Cup: evidentemente, allora, la FIBA non riteneva ancora necessario “vederci chiaro”.

Nelle tre stagioni successive arrivano piazzamenti appena discreti in LKL (nonostante il faraonico ingaggio di veterani della nazionale lituana) e risultati trascurabili in Europa.

Il BC Wolves sparisce come prevedibile nel 2026, dopo che l’anno precedente aveva annunciato due stagioni di stop delle attività agonistiche. Quattro anni. Il tempo di accorgersi che anche in Lituania — in Lituania — una squadra che non ha passato non ha neanche futuro. Il mercato, pare, non perdona nemmeno chi lo conosce bene.

Ora, guardiamo Roma e quello che sta succedendo oggi nella capitale italiana. Guardiamo Roma e proviamo seriamente a dire che quello che sta accadendo non ci fa ridere.

Il filo rosso

Mantas Kaukenas ed il destino da failure creator

C’è un nome che unisce passato e presente di questa storia come un filo di ferro arrugginito. Mantas Kaukenas è stato uno degli ideatori, dei fondatori istituzionali ed ispirazionali del progetto a Vilnius. Ed è anche una delle anime del gruppo che ha reciso le radici cremonesi e le ha reimpiantate a 500 chilometri di distanza forgiando la BC Roma SPQR — un tentativo nobile, romantico e destinato all’oblio di portare basket di qualità nella capitale — ed ora figura di riferimento nella macchinazione che, alla fine, impone due franchigie NBA-appliant nel cuore della Città Eterna.

Kaukenas sa cosa significhi provare a vendere basket dove non è richiesto. Lo sa meglio di chiunque altro. Se è ancora lì, a bordo di questa operazione, o è affetto da ottimismo cronico, oppure, magari, stavolta la quantità di soldi è diversa. Probabilmente entrambe le cose.

Il trait d’union “al contrario” tra il blitz lituano e le due posticcie iniziative romane è che a Roma non sono mai mancati tentativi di rilancio del basket. È sempre mancato di pubblico. E non è un piccolo dettaglio: è il dettaglio che, alla fine, accomunerà i progetti nelle due capitali.

La FIBA e il grand guignol regolamentare

Quando l’unico adulto nella stanza è anche il più ignorato

La FIBA, davanti alle istanze di iscrizione europea di Trieste e la defunta Brescia unite dalla disgrazia californiana, si è presa il tempo di approfondire. Ha alzato un sopracciglio. Forse entrambi. Ha fatto domande che nessun altro si è degnato di fare. Ha espresso preoccupazione per le ricadute di immagine — come se l’immagine del basket italiano non fosse già una natura morta da anni. Ed alla fine ha di fatto escluso entrambe le iniziative dal suo torneo di punta: fuori senza discussioni Brescia-Roma, fuori Trieste, anche se quest’ultima con l’onore delle armi.

FIP, LBA ed EuroLeague, invece, hanno guardato le carte, trovato tutto in ordine, dotato dei “criteri di meritevolezza” (dispositivo ironico in una stagione in cui il merito sportivo è stato di fatto abolito) ed ammesso allegramente tutti quanti in Serie A ed in EuroCup. Applaudiamo la coerenza: quando le regole sono rispettate, le regole sono rispettate. Il fatto che le regole siano state costruite in modo da poter essere rispettate anche da chi svende il patrimonio cestistico di una città è, tecnicamente, un problema del legislatore. Tecnicamente.

«La FIBA è stata l’unico attore a preoccuparsi. Gli altri ne hanno ignorato i segnali con la stessa eleganza con cui si ignora un semaforo rosso alle tre di notte a Roma.» – Grand guignol regolamentare

E qui arriviamo ai nomi. Perché le istituzioni sono fatte di persone, e le persone hanno nomi e cognomi, inutile girarci intorno.

Responsabilità morali

Petrucci, Gherardini ed il principio di Ponzio Pilato

Gianni Petrucci ha vissuto abbastanza a lungo da vedere di tutto. Ha visto la pallacanestro italiana salire e scendere più volte. Conosce ogni anfratto del sistema, ogni leva, ogni meccanismo di tutela. Il fatto che sotto la sua presidenza FIP operazioni di questo genere vengano avallate — nel rispetto formale delle regole, intendiamoci — racconta qualcosa sulla differenza tra il rispettare le regole ed il proteggerle.

Anche Maurizio Gherardini, uomo di basket raffinato, competente ed intelligente, ha le sue responsabilità nell’architettura di un sistema che ha scelto di essere permeabile al capitale straniero astenendosi silenziosamente e rispettosamente di presidiare con strumenti adeguati cosa il dollaro si porta via in cambio. Qui non si tratta di xenofobia sportiva. Si tratta di capire se c’è qualcosa che valga la pena proteggere, e poi -magari- proteggerlo.

Entrambi possono dormire sonni tranquilli: non hanno violato alcuna regola, alcuna legge. La colpa morale, purtroppo, non prevede sanzioni nel codice sportivo. Le prevede solo la Storia, che di solito arriva tardi e raramente chiede risarcimenti.

Accoglienza italiana

Come saranno trattate a Cantù, a Varese, a Bologna

Immaginiamo la prima trasferta di Maxima e di SPQR in un palasport del Nord, uno di quei gloriosi impianti che hanno fatto la storia della pallacanestro italiana. Immaginiamo i cori. Immaginiamo gli striscioni. Il basket italiano ha un pubblico piccolo, appassionato, e con una memoria da elefante. I tifosi di Brescia — come quelli del FC Wimbledon — non dimenticheranno cosa sia successo in questa torrida ultima settimana di giugno. Le tifoserie di tutta Italia nemmeno.

Immaginiamo il primo derby europeo. Un deserto Roma-Roma in EuroCup senza storia, senza tradizione, senza nemmeno la patina di un’identità costruita nel tempo, sarà inevitabilmente accolto in città e nel resto del continente con lo stesso calore riservato ad una multinazionale che apre un outlet in un centro storico medievale. Ovvero: indifferenza ostile, più sbilanciata sull’ostilità. Chiedere, per maggiori dettagli, ai giocatori del Salisburgo o del Lipsia, squadre posticce imposte al calcio europeo dai miliardi di Red Bull.

Una partita tra due squadre nate dalla finanza, a Roma, è uno schiaffo alla storia della pallacanestro italiana. Ma è anche, tecnicamente, un derby, il primo derby della storia senza tifosi. Il che rende tutto ancora più surreale.

«Un derby senza rivalità è come un matrimonio senza amore: si può fare, ma è meglio non invitare troppa gente.» – Accoglienza italiana
L’economia del disinteresse

Il dollaro vince. FIP e Lega applaudono con discrezione

Dietro l’ipocrita neutralità istituzionale c’è una scelta precisa: il modello americano, i capitali americani, la visione americana del basket come prodotto di intrattenimento scalabile. Non è necessariamente sbagliata come idea astratta. È devastante come pratica concreta applicata ad un ecosistema fragile come quello del basket italiano, che ne uscirà inevitabilmente stritolato.

Il merito — costruito nei decenni in città come Brescia, con tifoserie fedeli e identità radicate — non vale nulla opposto ad un semplice bonifico. Il sistema ha scelto, ed ha scelto senza appello il bonifico. FIP e Lega hanno trovato tutto in regola. Bravi. Efficienti. Veloci. Legalissimi.

Ma non è neanche il dollaro il problema in sé. Il problema è che nessuno si sia preoccupato di tutto ciò che il dollaro chiedesse in cambio: l’anima stessa dello sport latino.

La domanda che nessuno vuole fare

Anche i più appassionati si stanno stancando?

Qual è la più triste conseguenza di questa deriva? Il pubblico generalista del basket italiano è già perduto. Lo sappiamo. Se ne è andato con LBATV, con le dirette in chiaro scomparse, con la nazionale che nelle ultime stagioni ha offerto poco più che delusioni preannunciate. Il pubblico generalista guarda il calcio e ciò va accettato, non lo convincerai mai ad appassionarsi con un trasferimento di franchigia, così come non lo attrarrai semplicemente lasciando i titoli dove stanno.

Ma il pubblico appassionato? Quello che si alza la domenica mattina e va a vedere gli highlights del campionato greco? Quello che riconosce al volo una match up e ne comprende la differenza con una difesa a zona 2-3? Anche quello sta guardando questo spettacolo con occhi sempre più stanchi e disincantati. Ed in ciò risiede il vero pericolo.

Ogni operazione come questa è una piccola frattura. Le piccole fratture si accumulano. Ad un certo punto il vaso si rompe, e non esiste sufficiente oro per ricomporlo con una disperata tecnica kintsugi. Il mondo reale non ammette repliche, e viaggia a velocità che portano inevitabilmente i cocci all’oblio.

Anche le ricadute sull’attrattività del movimento saranno profonde. Le ricadute sulla nazionale — in un momento in cui la federazione dovrebbe preoccuparsi di costruire, valorizzare e rendere vincente un ciclo post-Pozzecco pro-Luca Banchi — saranno forse le peggiori. I giovani italiani di talento scelgono dove giocare anche in base a cosa percepiscono del movimento che dovrebbe farli crescere. Un movimento che sa di finanza creativa non attrae i migliori. Attrae chi non ha alternative migliori. Per non parlare delle ricadute sui più piccoli, sui bambini che non aspettano altro che immedesimarsi in campioni ed entusiasmarsi per squadre che faranno loro scegliere la pallacanestro come sport per la vita. Per chi si appassioneranno? In chi potranno immedesimarsi?

Esiste un lato positivo?

Proviamo ad individuarne almeno uno

PalaEur: 14.000 posti. Se davvero Maxima riuscisse a riempirlo — anche solo in parte, anche solo per le partite di cartello in EuroCup — la visibilità mediatica sarebbe innegabile. Roma funziona così: non partecipa, ma amplifica.

Un mercato romano attivo potrebbe generare sponsorizzazioni nazionali che il basket italiano non vede da decenni. Potrebbe. Condizionale di terza classe.

Difficile essere più ottimisti di così senza ricorrere a sostanze non consentite dal regolamento WADA. Lasciamo stare.

Epilogo

Roma, la pallacanestro, il Colosseo ed i centurioni

Roma non è una città indifferente allo sport. E’ una città che ama lo sport quando vince, quando fa rumore, quando diventa performance collettiva. Il calcio lo ha capito da tempo. Il basket dovrà aspettare molto più a lungo per capire se la capitale è davvero pronta a ricambiare l’amore — un amore mercenario, certo, ma sempre di amore si tratta. Sarà disposto ad aspettare?

Nel frattempo, due franchigie si installano nella capitale. I manifesti saranno belli. I naming rights del palazzo ancora più accattivanti. Le conferenze stampa, professionali ed impeccabili. Certo i legionari di Cesare -quelli veri- che portavano l’insegna SPQR con l’aquila dorata in battaglia alla conquista della Gallia si staranno rivoltando nelle antiche tombe nel vedere usurpato il loro motto da stranieri che con ogni probabilità nemmeno sanno che si tratti di un acronimo, figurarsi cosa significhi. Russel Crowe, ovvero Massimo Decimo Meridio, l’unico vero Maximo a cui probabilmente gli art creator hollywoodiani di Matiasic hanno voluto ispirarsi, starà scuotendo la testa ad occhi chiusi con una mano sulla fronte. Ma insomma, non formalizziamoci: Roma è notoriamente la fabbrica di luoghi comuni sull’Italia e sulla storia più prolifica al mondo.

Nelle città da cui queste squadre vengono, o da cui portano il capitale sportivo che non gli apparteneva, oggi qualcuno spegnerà la luce in un palasport ed uscirà nell’aria serale senza capire bene cosa sia successo. Lo capirà, forse, fra qualche anno. Non lo accetterà mai.

Buona fortuna, Roma&Roma. Ne avrete bisogno. E non nel senso buono.

Acido Muriatico-Francesco Freni
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