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Fra miopia, accanimento terapeutico e follia: il basket nazionale è nel caos

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di Francesco Freni

Stavolta la stoica determinazione con la quale Federazione e Lega Basket, supportate dal manipolo di influenti club impegnati in Europa, si batte per tenere in vita senza modifiche un torneo che ormai ha la credibilità di una banconota da sette euro, rischia di diventare pericolosa anche per l’incolumità dei suoi incolpevoli attori. 
Beninteso, fermare il campionato o ridurre il numero di partite o la durata del torneo rischierebbe di far uscire la gran parte del movimento cestistico nazionale, quello non supportato dalla magnanimità di proprietari senza limiti di spesa, dai radar dei tifosi, e di conseguenza da quello degli sponsor e delle televisioni (che peraltro negli ultimi due anni hanno già largamente mollato la presa): pertanto, ricorrere all’accanimento terapeutico per continuare a proporre uno spettacolo che i meno attenti potrebbero considerare non dissimile da quello degli anni scorsi ha un suo senso strategico, sebbene le falle ormai siano talmente tante ed estese che impedire l’affondamento del vapore diventi giorno dopo giorno un’impresa ai limiti dell’eroico. 

Ma, anche concedendo la buona fede agli intenti degli scriba del basket italiano, ora le loro decisioni rischiano di causare danni che potrebbero essere irreparabili dal punto di vista fisico, economico e sportivo a club già in fortissima difficoltà, con conseguenze che andrebbero ben al di là dei limiti temporali di questa disgraziata stagione: costringere giocatori fermi da settimane, magari appena usciti da positività che sebbene asintomatiche non possono mai essere prive di conseguenze sul sistema cardiaco e respiratorio, significa esporli ad un altissimo rischio di infortunio, che costringerebbe i club a svenarsi sul mercato oppure ad arrendersi ad un destino sportivo di inevitabile declino. 

Già nei giorni scorsi l’imposizione di una sorta di “December Madness”, una folle e vorticosa corsa verso il recupero di tutti i rinvii dei mesi scorsi tramite una sorta di partita permanente della durata di un mese, aveva fatto dubitare della effettiva conoscenza, da parte degli ostinati funzionari politico-sportivi, di cosa possa significare far funzionare una macchina delicata e super complessa come una squadra di basket, i suoi stati di forma, la fragilità dei meccanismi che ne regolano l’integrità fisica. 

La Pallacanestro Trieste, il club più danneggiato dalla situazione, che non disputa partite ufficiali (e nemmeno non ufficiali) dal 25 ottobre, che in questo mese e mezzo si è potuta allenare solo sporadicamente al completo, che con il passare delle settimane ha perso per Covid la quasi totalità dei suoi pezzi pregiati e che ancora non è nemmeno lontanamente uscita dal tunnel pandemico, sarebbe in teoria chiamata a giocarsi la parte più importante della sua stagione ed una fetta fondamentale del suo futuro (in altre parole, la sua sopravvivenza) in 10 partite racchiuse in appena 4 settimane. Anche le possibili rassicurazioni su eventuali colpi di spugna sulle retrocessioni già a partire da questo campionato (eventualità peraltro ufficialmente bollata come eresia dagli illuminati vertici federo-leghisti, fatte salve le prossime inevitabili quanto consuete giravolte) non spiegano appieno l’apparentemente scarsa resistenza da parte del club triestino all’imposizione di un programma-suicidio, perché bando ai risultati, in questo momento dovrebbe essere prioritaria ed imprescindibile, piuttosto, la tutela della salute dei giocatori. 

Domenica 6 dicembre si svolgerà il primo atto di questo inutile scempio. A scendere in campo al Palaeur, imperituro e vuotissimo (anche a porte aperte) monumento alla miopia di una classe dirigente che ha voluto riportare a tutti i costi la Virtus Roma nell’élite cestistica contro tutti gli evidenti presagi di inevitabile disastro, saranno due squadre decimate, prostrate da settimane di difficoltà, di tensione e di preoccupazioni. 
Trieste ci arriva, come detto, dopo quattro rinvii e senza aver potuto disputare partite, nemmeno amichevoli, per un mese e mezzo. L’illusione di ritorno alla normalità, data dal reintegro in squadra di Udanoh, Henry e Cavaliero è durata appena il tempo di salutare Mussini e Cebasek ed un giro di tamponi. Da allora non è stato più possibile svolgere allenamenti degni di questo nome, con i pochissimi “sopravvissuti” a svolgere lavoro individuale e tutti gli altri in isolamento casalingo. Ovviamente, anche dopo che la quasi totalità del team è uscito dall’incubo della positività (che a quanto è dato sapere pare sia stata caratterizzata da cariche virali piuttosto elevate) il ritorno ad una forma fisica anche solo lontanamente adeguata a competizioni al più alto livello nazionale, richiederebbe settimane di lavoro. Settimane totalmente negate: i gladiatori devono scendere nell’arena subito, volente o nolente. La sete di sangue dei burattinai felsineo/romani non ammette debolezze, il calendario deve essere rimesso in sesto anche al costo di qualche tendine danneggiato o di un quadricipite macellato. 
Il cervellotico quanto inflessibile regolamento impone ai club che possano contare su almeno sei professionisti a referto di dover scendere in campo, indipendentemente dal pietoso spettacolo sportivo del quale dovranno essere, loro malgrado, protagonisti. Ci sono passate la Reyer e Reggio Emilia, ora tocca a Trieste: a Roma dovrà andarci perché, oltre ai “sani” Laquintana, Alviti, Doyle, Upson ed Arnaldo si è aggiunto un “negativizzato”, unico fra gli altri otto compagni usciti dalla quarantena ad aver ottenuto l’abilitazione agonistica. Appare evidente che, uscendo da settimane di inattività, questo sesto uomo non ha alcuna chance di spendere anche un solo minuto sul parquet. E’ possibile che vengano aggregati un paio di altri redivivi dell’ultimo minuto, i quali però verrebbero aggiunti esclusivamente per onor di referto, e tre giovanissimi U20 totalmente privi di qualunque esperienza, nemmeno da panchinari, in serie A. Un’Armata Brancaleone improvvisata, rattoppata e disorientata si appresta ad affrontare una crociata per la quale non è nemmeno lontanamente pronta né sotto l’aspetto tattico né tantomeno sotto quello fisico. 

Sull’altra panchina siederà una squadra dilaniata da mesi di tensioni, costantemente sull’orlo del precipizio, limite ormai ampiamente superato in questi giorni, alla vigilia di una ormai inevitabile esclusione dal campionato in corso. Il mancato pagamento degli stipendi ha indotto tutto il pacchetto degli americani a non allenarsi, ad addurre finti malanni alla schiena, a tornare “temporaneamente” negli USA per sedicenti motivi familiari: ad oggi non è noto su quali giocatori potrà far conto coach Bucchi per quella che a tutti gli effetti potrebbe essere l’ultima partita della gloriosa storia della Virtus Roma. Wilson e Beane non si sono allenati, mentre Robinson ha svolto solo sessioni di pesi. Hunt ormai è out da tempo, Cervi dovrà rimanere lontano dal campo per settimane a causa di un problema al ginocchio. Di certo il match contro Trieste per la Virtus Roma di oggi non è una priorità, è probabilmente solo un impegno abbozzato all’orizzonte nemmeno preso in considerazione durante la settimana. Solo lo stoico attaccamento alla causa di Tommaso Baldasso, Luca Campogrande e di un manipolo di giovanissimi aggregati alla prima squadra dona una parvenza di dignità ad un gruppo che ormai l’ha persa da mesi. 

L’Allianz affronterà dunque i costi ed i rischi di una lunga trasferta che quasi certamente si rivelerà inutile nell’immediata vigilia di una partita casalinga importantissima contro Reggio Emilia e della missione impossibile contro la Virtus Bologna di Belinelli. 
Cui prodest?