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Moreno Nonis: la generazione continua…

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C’è un cognome, anzi ormai una dinastia, che è presente nel mondo del calcio dilettanti cittadino da almeno una settantina d’anni: è quello dei Nonis. Dal capostipite Bruno, che dal 1941 al ’44 vestiva la maglia rossonera del San Giovanni, a Moreno, classe 61’, nel Cremcaffè, Edera, Triestina con debutto in Coppa Italia, Portuale, Ponziana, Zaule, San Giovanni e Vesna dove ha iniziato a fare l’allenatore, per arrivare alla terza generazione, quella di Jacopo che, dopo lunga militanza nelle squadre dilettantistiche, ha deciso di andare anche lui in panchina. E allora, chiacchierata con Moreno Nonis, ora allenatore della squadra juniores del Trieste Calcio. 

Fra poco saranno un’ottantina d’anni che un Nonis sui campi dei dilettanti c’è sempre…

“Effettivamente – dice l’allenatore – ho presto sessant’ anni… e quindi, ancora non sono sui campi da tanti anni, però, la mia famiglia, da mio papà che ha iniziato in questo mondo dei dilettanti nel 1945, se non forse un pochino prima, ci dilettiamo come famiglia nel mondo dilettantistico locale.” 

Ma cosa ha questo calcio per non farci mollare mai la presa… 
“Lo considero –  ammette Nonis – come una specie di droga: è una gioia, è tanta adrenalina, ti riempie le giornate, anche perché lo sport è una cosa meravigliosa…” 

Hai “contaminato” tu anche Jacopo, tuo figlio, o è il “dna” dei Nonis?

“Tutte e due le cose – conferma Nonis – perché Jacopo mi seguiva fin da bambino a vedere le partite quando giocavo, poi quando ho iniziato ad allenare: se avessi magari giocato a pallavolo, sarebbe probabilmente stato “contagiato” da questo sport…” 

Pensi ancora a quel tuo ginocchio che ti ha fatto lasciare il calcio giocato?

“Fu una cosa che mi ferì molto. – racconta Moreno – Purtroppo, mi ruppi il crociato, mi ricordo ancora alla prima giornata del campionato 92/93. Poi, decise la mia paura. Allora, parliamo di più 30 anni fa, le operazioni non erano come adesso, erano molto più complicate, soprattutto per un intervento al crociato, e la mia paura mi ha fatto lasciare il calcio prima, perché non mi sono operato ed ho deciso di smettere. L’infortunio non era così grave da dover operare per forza di cose ma tale da non permettermi di continuare a giocare agonisticamente. Il presidente Cattonar del Vesna mi prospettò l’idea di fare l’allenatore e, per restare nel nostro mondo, colsi la palla al balzo: avevo 33 anni e cominciai la mia attività di allenatore.” 

Ti divertivi senz’altro di più a giocare, però fare l’allenatore è un altro bell’aspetto del mondo del calcio…

 “Totalmente diverso – dice Nonis – quando giochi, finita la domenica, finita la partita, pur con l’incazzatura del caso, finisce lì. Come allenatore, fai tanta fatica. Tanta fatica, tante arrabbiature, non ricevi praticamente nessun ringraziamento, i rimborsi spese non giustificano sicuramente il lavoro che svolgi durante la settimana, perché sei impegnato almeno 4 volte a settimana, e poi togli via tanto alla famiglia pur essendo dilettante e con tutte le cose che si dicono, nel senso della leggerezza di questa attività. Quando alleni, dicono che sicuramente non incide nella tua vita. E invece, incide eccome: tanto incazzature e poco riconoscimento.” 

Jacopo, nonostante tutto, però segue la tua strada…

“Ha giocato fino all’altr’anno – ricorda Moreno – poi, dopo un intervento abbastanza complicato, ha provato a tornare in campo con lo Zarja ma ha subito diversi malanni che lo hanno portato a lasciare e intraprendere la strada dell’allenatore. Ha il patentino da diversi anni, è un appassionato, “malato” come me di questo calcio e quindi, adesso, fa il “vice “di Michele Braini che allena la prima squadra del Trieste Calcio.” 

Proprio due irriducibili: da allenatore, qualche episodio particolare?

“Mi prendi alla sprovvista… – dice Moreno –  Chiaro che si ricordano molto le promozioni: per fortuna, ne ho avute sei o sette tra Terza, Seconda e Prima categoria, quindi ti rimangono sicuramente. Le retrocessioni, invece, meglio dimenticarle in fretta: quelle è meglio lasciarle perdere.”

Qualche giocatore che ti è rimasto particolarmente nel cuore e qualcun altro che, invece, non potevi sopportare…

“Che non sopportavo – ricorda Nonis –  ce ne sono stati tanti ma… non te li dirò sicuramente. Quelli che mi sono rimasti nel cuore sono diversi. Nei tempi che furono, Franco Naldi, sia come compagno che, poi, come giocatore: era un fenomeno, a 40 anni faceva ancora la differenza, un po’ come oggi Ibrahimovic; poi Scaglia, un grande giocatore, tecnico, superlativo, Roberto Lacoseljac, assieme per quattro anni al Vesna e, ai giorni nostri, il senegalese Diop, bravissimo. Ma me ne dimentico sicuro qualcuno, almeno un’altra mezza dozzina… Però non vale, dovevi avvisarmi prima che mi preparavo meglio….” 

Giocatori e allenatore: si può restare amici fuori dal campo?

“E’ molto difficile – precisa Nonis – almeno per la mia esperienza: arriva sempre il momento in cui, per un motivo o per l’altro, ci si arrabbia, si trova un motivo di discussione e l’amicizia va a finire un po’ così e non finisce bene. Quindi è molto meglio che le amicizie restino fuori dall’ambiente della tua squadra. 

Eterna domanda: meglio allenare i giovani o le prime squadre?

“Le difficoltà – sottolinea il tecnico – ci sono in ambedue i settori. Tra i giovani c’è più fatica fisica, nel senso che è l’allenatore a far fatica fisica, mentre nelle prime squadre l’attività è più gestionale. Personalmente, penso di essere più adatto a lavorare con i più grandi, al massimo gli juniores: più sotto, non mi avventuro, perché non ci sono tanto portato.” 

Che consigli daresti ad un giovane che vuole iniziare ad allenare…

“E’ difficile dare consigli – commenta Moreno – perché ognuno è fatto, caratterialmente, a suo modo: bisogna avere una grandissima passione, ecco, essere proprio innamorati di questo sport, come sostenevo prima, di essere quasi “drogato” perché, altrimenti, niente motiva il fatto che tu intraprenda questo hobby, questo sport, questa avventura. Gli direi: guarda, se hai tanta passione, allora fallo, altrimenti non metterti in gioco, perché, almeno io credo, il gioco non vale la candela.” 

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