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UNfiltered

Qualcuno dice che le parole siano la medicina più potente, vi dirò, non ne sono così sicura, perché queste medicine mi fanno scordare come si fa. Ma proverò a curarmi attraverso esse… ironico, vero?  La vita è come una montagna russa, è un alternarsi di salite e discese, ma cosa si fa quando la salita è lunga, forse troppo ripida e la discesa non si vede neanche all’orizzonte? Tante volte vorrei mollare, sarebbe più semplice, un taglio netto, un nuovo capitolo, un nuovo inizio, ma poi mi fermo. Respiro, mi guardo indietro, e mi rendo conto che per guardare al futuro, devo ringraziare il mio passato. “Per aspera ad astra”, attraverso le asperità fino alle stelle, quelle sono la mia meta, e se per raggiungerla dovrò combattere imparerò a riposare durante la salita.  Sono sparita, è vero, ma spesso per poter comunicare agli altri bisogna prima imparare a comunicare a se stessi. Negli ultimi mesi nella mia vita ci sono stati numerosi stravolgimenti e novità, ricomincio da me.  Questa è una rubrica di sport, ma ogni tanto la vita sceglie da sé, e con l’inizio del nuovo anno, io e la pallavolo correremo su due binari differenti. Non è un addio, gli addi non mi piacciono, è un arrivederci. È una pausa per certi versi forzata, per altri voluta, da una relazione che dura da ben 17 lunghi anni.  Un amore profondo e radicato, il nostro.  Mi ha regalato gioie immense, esperienze inimmaginabili, e anche dolore. Tanto. Hai sempre avuto un enorme potere su di me, mi hai ricostruita e ritrovata quando mi sentivo rotta e persa, ma mi hai anche distrutta fisicamente, mi hai fatto scoprire cosa significa soffrire per amore, continuare nonostante tutto per un ideale, un obiettivo.  È giunto il momento di chiuderti in un cassetto, non lo so per quanto, ma per una volta devo mettere davanti la Sofia persona rispetto alla Sofia atleta.  Le mie mani stanno sudando, la tastiera è piena di goccioline, è difficile buttare giù i pensieri, o meglio, la realtà. È difficile perché una volta scritta è definitiva, permanente, e questo fa paura. Questo inizio anno mi ha messo davvero alla prova, è stato una costante sfida punto a punto, che mi ha lentamente consumata. Sono in un momento dove cammino nel buio della notte, fa paura, la luce è poca e gli angoli bui sono troppi, ma in questo 2026 voglio camminare, tanto, indipendentemente da ciò che troverò lungo la via perché so che prima o poi arriverò all’alba e sarà bellissimo. Voglio che quest’anno sia l’anno della riscoperta delle cose semplici, delle uscite con gli amici, dei sabato liberi, e di tutte quelle cose che una ragazza di 22 anni al suo ultimo anno di college dovrebbe vivere.  Mia madre qualche giorno fa, prima di partire mi ha detto: “Se hai già visto il peggio non può altro che migliorare,” lo spero mamma, lo spero davvero.  Gli obiettivi sono tanti, i sogni di più, a partire dal primo, che tra meno di 12 mesi mi vedrà laureata in giornalismo e pronta ad affrontare la vita con un penna in mano. Ma per una volta voglio essere buona con me stessa, voglio perdonarmi.  “Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno vi era in me un invincibile estate.” —Albert Camus UNfiltered Someone says that words are the most powerful medicine, but I’m not so sure, because these medicines make me forget how to use them. But I’ll try to heal myself through them… ironic, isn’t it?  Life is like a roller coaster, with ups and downs, but what do you do when the climb is long, perhaps too steep, and the descent is nowhere in sight? So many times I wish I could give up, it would be easier, a clean break, a new chapter, a new beginning, but then I pause. I take a breath, look back, and realize that to look to the future, I have to be thankful for my past.  “Per aspera ad astra,” through adversity to the stars, that is my goal, and if I have to fight to reach it, I will learn to rest during the climb.  I disappeared, it’s true, but often, in order to communicate with others, you first have to learn to communicate with yourself. In recent months, there have been many upheavals and changes in my life, so I am finding myself again. This is a sports column, but sometimes life chooses for itself, and with the start of the new year, volleyball and I will be running on two different tracks. It’s not goodbye, I don’t like goodbyes, it’s until next time. It’s a break, in some ways forced, in others chosen, from a relationship that has lasted for 17 long years.  Ours is a deep, rooted love. It has given me immense joy, unimaginable experiences, and also pain. So much pain. You have always had enormous influence over me. You rebuilt me and helped me find myself when I felt broken and lost, but you also destroyed me physically. You made me discover what it means to suffer for love, to continue despite everything for an ideal, a purpose.  The time has come to lock you away in a drawer, I don’t know for how long, but for once I have to put the person Sofia before the Sofia athlete.  My hands are sweating, the keyboard is dotted with droplets, it’s difficult to put my thoughts down, or rather, reality. It’s difficult because once it’s written, it’s final, permanent, and this is terrifying. The beginning of this year has truly tested me. It has been a constant struggle, point by point that has slowly worn me down. I am at a point where I walk through the darkness of night. It is frightening, there is little light, and the shadows are too many, but in 2026, I wanna keep walking, a lot, no matter of what I find along the way, because I know that sooner

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L’anno che verrà

È sempre facile parlare di passato e presente, ma del futuro? Io lo immagino come un’idea sospesa, con un enorme punto interrogativo davanti agli occhi. Il futuro è l’essenza del relativismo, è la parola che batterò a tastiera dopo di questa, è la prossima ora, è la partita che aspetto domani dalla mia stanza d’albergo. In questo momento, però, il futuro per me è tutto ciò che accadrà in questo anno che verrà. Sapete, oggi ho pensato davvero tanto a questa parola, futuro. Dopo aver perso una partita, questo pomeriggio, abbiamo parlato di quanto sia importante giocare ogni azione come se fosse l’ultima. Quello che verrà dopo, infatti, a noi è sconosciuto, ed è per questo che dare il massimo e vivere il momento è fondamentale. Tutto ciò che non ho ancora vissuto, ai miei occhi è ignoto, ma un po’ oltre quel punto interrogativo che occupa la mia mente, inizia a prendere forma qualcosa di materiale, concreto. Una meta, un punto di arrivo, ma anche di partenza, ovvero la mia laurea.  Breaking news cari lettori….Mi laureo in anticipo!!!  Che soddisfazione poterlo dire ad alta voce, ma allo stesso tempo che fatica. Se mi guardo indietro, sembra ieri che a 20 anni ho messo tutta la mia vita, i miei ricordi e le mie idee in due valigie da 23kg e ho iniziato un viaggio che mi ha stravolto l’esistenza. Un percorso che mi ha portato tante rinunce, forse qualche rimpianto, ma anche enormi soddisfazioni. Le cicatrici e i segni sulla spalla parlano chiaro, è stata dura, ma l’impegno, la passione e la dedizione mi hanno portata qua, a comprendere che mettendo costanza e disciplina dentro il futuro, la laurea appare sempre più vicina.  Il percorso sarà spesso in salita, non posso mentire, ma il desiderio e il bisogno di vedere questo traguardo avvicinarsi sempre di più, è il motore che mi spinge a tenere l’acceleratore premuto.  L’altro giorno stavo passeggiando, e con me i miei pensieri, e mentre meditavo sulla mia vita, delle parole sono affiorate, “la distanza è niente quando il traguardo è tutto”. È così che vivo questo cammino, tra migliaia di chilometri, ore di studio e allenamenti infiniti…tutto perde peso se penso alla meta e al futuro che mi aspetta.  Sapete, da qualche anno, ho instaurato una abitudine, un appuntamento con me stessa e un semplice pezzo di carta. Mi lascio ispirare, da frasi, pensieri, testimonianze, di persone illustri o di coloro a cui non darò mai un volto. Ogni parola che leggo, la faccio mia, la faccio diventare parte di me, l’adatto, la modello, e la porto nella mia quotidianità, alla ricerca costante della miglior versione di me. A proposito di questo, proprio Nietzsche una volta disse “Diventa ciò che sei”. Questa frase potrebbe aprire un discorso filosofico infinito, in quattro parole può racchiudere universi di significati, oppure il più semplice di tutti. Diventa ciò che sei. Siamo abituati a crescere e vivere per modelli, siamo sempre cresciuti per imitazioni, dei nostri genitori, degli amici, o di chiunque abbia un potere tale da influenzarci. Ma arriva un  punto della vita, dove diventare ciò che si è significa decidere la propria strada, la propria storia, il proprio destino. Per questo posso dirvi che alla fine la pallavolista, la maestra, la delegata ONU, la proprietaria di boutique, l’illustratrice di libri, la designer d’interni e l’avvocata, si sta laureando in giornalismo in America. The year to come It’s always easy to talk about the past and present, but what about the future? I imagine it as a suspended idea, with a huge question mark in front of my eyes. The future is the essence of relativism, it’s the word I’ll type after this one, it’s the next hour, it’s tomorrow’s game waiting for me beyond this hotel room. Right now, however, the future for me is everything that will happen in this coming year. You know, today I thought a lot about this word, future. After losing a game this afternoon, we talked about how important it is to play every action as if it were the last, because what comes after us is unknown, and that’s why giving your all and living in the moment is essential. Everything I haven’t experienced yet is unknown to me, but just beyond that question mark that occupies my mind, something tangible and concrete is beginning to take shape. A goal, a point of arrival, but also a point of departure, namely my graduation.  Breaking news, dear readers… I’m graduating early!!!  What a satisfaction to be able to say it out loud, but at the same time, what an effort. Looking back, it seems like yesterday that, at the age of 20, I packed my whole life, my memories, and my ideas into two 23kg suitcases and set off on a journey that turned my life upside down. A journey that brought me many sacrifices, perhaps some regrets, but also enormous satisfaction. The scars and marks on my shoulder speak for themselves: it has been tough, but commitment, passion, and dedication have brought me here, to the realization that with perseverance and discipline, graduation is getting closer and closer.  The road will often be uphill, I can’t lie, but the desire and need to see this goal getting closer and closer is the engine that drives me to keep my foot on the accelerator.  The other day, I was walking, lost in my thoughts, and as I meditated on my life, the words came to me: “Distance fades away when the goal becomes everything.” That’s how I experience this journey, among thousands of kilometers, hours of study, and endless training… everything loses weight when I think about the goal and the future that awaits me.  For several years now, I’ve kept a little ritual, an appointment with myself and a simple piece of paper. I let myself be inspired by phrases, thoughts, testimonies, from famous people or from those whom I will never give a face to. Every word I

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Racconto di una primavera crudele

Racconto di una primavera crudele “A chi ha pensato “Che vita di…” almeno una volta, e a chi ha trovato il modo di rialzarsi comunque” Che cos’è la metà? Può assumere mille sfumature di significato, si può intendere come un componente di una coppia, può essere intesa come metà di una torta, metà di una corsa o qualsiasi cosa vi venga in mente che si possa sposare con questa parola. Per me, oggi, metà significa traguardo. Ecco, oggi mentre vi scrivo da un volo transatlantico diretta a Francoforte, vi posso dire che sono ufficialmente a metà del mio percorso accademico e universitario. Mi sembra ieri, che con un amico, per scherzo, ho deciso di rispondere ad un semplice messaggio su Instagram, che nel giro di poche ore mi ha stravolto per sempre la vita e soprattutto il futuro. Oggi mettendo un piede sull’aereo che mi riporterà a casa, ho ufficialmente finito in mio “sophomore year” (secondo anno) in un’università americana, ma come sicuramente starete pensando, questo titolo non è comparso per caso, ed avete ragione, perché se oggi posso pronunciare la parola metà è per il lungo e soprattutto crudele semestre primaverile che si è appena concluso. Questi ultimi mesi sono stati davvero ricchi di imprevisti, di disperazione ma anche di successi, questo inizio del nuovo anno che prometteva grandi cose, si è rivelato molto diverso da come pensavo o per lo meno speravo, ad ogni modo dopo questa introduzione, vi siete meritati il racconto dei miei ultimi mesi.  Vi ricordate quell’articolo dove vi mettevo al corrente del mio infortunio al ginocchio nel mese di novembre? Ecco purtroppo nella vita di un atleta capita che un singolo problema talvolta si ampli e lo si trascini per diversi mesi, proprio come nel mio caso, infatti sono rientrata ufficialmente ad allenarmi con la squadra a fine gennaio, gli allenamenti erano prettamente di preparazione atletica, in quanto la nostra stagione regolare si svolge in autunno. Tralasciando i tecnicismi, ero davvero felice nonostante gli allenamenti pressanti e piuttosto faticosi, ma neanche il tempo di riassaporare il campo che dopo un paio di settimane, ho scoperto che il mio ginocchio praticava uno sport diverso dal mio, infatti era evidente che volesse ballare a tutti i costi! Dopo diversi esami e un abbonamento fedeltà all’assicurazione sanitaria, viene fuori che per il problema che ho l’intervento è la soluzione più immediata e l’unica totalmente risolutiva. E da brava pallavolista che sono, ho preso la palla al balzo, il mio regalo di compleanno (un biglietto per l’Italia durante la pausa primaverile) e sono tornata in Italia per l’intervento e la conseguente convalescenza iniziale per poi tornare nella mia seconda e nuova casa.  Se è evidente che sul piano sportivo quest’anno non è stato decisamente il mio, dall’altro lato ho potuto esprimere il meglio di me stessa sui banchi dell’università e sui vari progetti. Come studenti di giornalismo, veniamo messi davanti a diversi aspetti di questa disciplina, nonostante io sogni di stare dietro una penna o una tastiera visto che siamo persone moderne, il giornalismo ha innumerevoli sfaccettature e finalmente questo semestre ho avuto la possibilità di toccarne alcune con mano. Infatti mi sono dilettata oltre alla classica e vecchia scrittura, anche a creare filmati professionali e attuare tutti gli insegnamenti appresi in radio nel corso di audio production, dove mi sono trovata a parlare, produrmi e editarmi in diversi compiti come podcast, show radiofonici e music mixtape. Tutto questo impegno è stato decisamente ripagato visto che mi è stato assegnato il premio onorario di studente internazionale preferita di una delle mie prof, nonostante abbia il forte sentore di essere anche l’unica…ma chi sono io per rifiutare una nomina cosi rinomata!!! Per poter riassumere questo periodo piuttosto difficile e per molti versi pesante, vi devo confessare, che ho una forte predisposizione al lamento riguardo le cose che mi succedono, e spesso la persona eletta a sorbirsi ogni mio sfogo è mia madre, che da persona notoriamente ottimista, cerca sempre di sdrammatizzare. Con grande sorpresa da parte della sottoscritta, in questo periodo durante una chiamata, in seguito alla mia affermazione:”Che vita di… “ lascio a voi l’immaginazione… per la prima volta mi è stato detto “HAI RAGIONE”, ed è stato in quell’esatto momento che ho compreso di essere proprio fregata! Ad ogni modo, oggi a metà del mio percorso universitario metto un punto, da questo momento ciò che è stato rimane solo nei miei ricordi, nelle mie pagine e anche nelle mie cicatrici, ma da questo preciso istante è mio dovere rivolgere la mia attenzione alla seconda metà di questa storia, alle difficoltà e ai successi che mi si affacceranno, e tutte le lacrime che ho versato saranno proprio il motore che mi spingerà a risalire e ritrovare la Sofia Studente-atleta ultimamente molto studente e poco atleta, di cui vi ho tanto parlato. L’altro giorno leggendo uno spezzone di un libro, mi sono imbattuta in una frase che  in sostanza diceva che piangere è un lusso dei più forti. Ecco in questo ultimo periodo è un lusso che mi sono concessa diverse volte, ma da persona forte, so che questo momento è stato fondamentale per rendermi la persona che sarò un domani, quindi dopotutto, voglio dire al mio passato e a questa primavera crudele solo una cosa, grazie. Per avermi spezzata quanto basta per rimettermi insieme, più forte di prima.

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Quasi Ventidue

“A chi ha imparato che ogni fine è un nuovo inizio.” Come il titolo suggerisce, non essendo al 22 del mese e nemmeno nel 2022, quel “quasi 22” indica gli anni che tra meno di due settimane compierò. Ventidue, un numero davvero bello, che non ti identifica né come una bambina né come una adulta fatta e finita, si è ancora in quella fase dell’adulta giovinezza, dove è concesso sbagliare, dove è obbligatorio sperimentare, cadere per poi rialzarsi. Non sono un’esperta, ma secondo la numerologia questo numero rappresenta un sognatore che può applicare alla realtà i suoi sogni e obiettivi. Quindi chi meglio di me può approcciarsi a questo giro di boa con una valigia piena di aspirazioni e progetti realizzati o da realizzare. Forse, qualcuno starà pensando all’inutilità di parlare qui di un compleanno, ma in realtà quello che voglio raccontarvi non è la destinazione che vede il traguardo al 21 marzo, bensì il panorama che ho ammirato correndo lungo la mia esistenza. In questo breve ma lungo lasso temporale ne ho imparate tante, ma sbagliate di più, perché già quando all’età di 3 anni dissero che ero talmente testarda che a suon di sbattere i piedi o pretendere avrei avuto e realizzato ciò che volevo, oggi posso dire che non ne avevano la minima idea. Quel lato caratteriale che da molti può essere considerato un difetto, ho trovato il modo per farlo diventare un pregio ma soprattutto un punto di forza. La mia testardaggine mi ha portato a fare esperienze inimmaginabili e a vivere cose che avrei solo potuto sognare. All’età di 11 anni volevo trasferirmi in America a studiare architettura con un’amica, e posso dirlo:” FATTO!” Con decisamente molte varianti, ma la passione, la dedizione, la determinazione ma in assoluto la testardaggine mi hanno portato dove sono ora, su un letto, in un dormitorio, in un altro continente, a scrivere per creare un ponte tra quel famoso cuore diviso a metà.  In 22 anni, ho vinto, ma anche perso tanto, come amicizie, affetti, opportunità, momenti, e infine me stessa, ma ognuna di queste sconfitte, me le sono riprese una per una, perché quando una professoressa in terza superiore mi disse che nella vita non avrei fatto niente e che da adulta che ero dovevo prendere una decisione tra lo studio e lo sport, io oggi dico che non le ho creduto! Mi ha uccisa, fortificata e poi cambiata, ripartendo da me stessa con obbiettivi e determinazioni nuove e con ancora più testardaggine perché nessuno può decidere al mio posto e la vita è una soltanto. Sono nata il primo giorno di primavera, e come essa sancisce la rinascita, anche io non mi sono mai arresa, l’ho creduto molte volte, ma talvolta per forza di inerzia, o per voglia di riscatto e rinascita, ho sempre trovato il modo di scoprire una mia nicchia in questo mondo e questa strada che si chiama vita. In 22 anni, ho vissuto molto più di tante altre persone, ho avuto l’opportunità di viaggiare, conoscere mondi e culture diverse, di sperimentare e trovare nuove passioni, tra tutte ovviamente la pallavolo, ma ho avuto anche modo di riflettere, reindirizzare la rotta qualora non puntasse al nord e poi proseguire fino all’aereo che mi ha portato in America. In questi anni ho imparato tante cose, ho conosciuto il valore dell’amicizia, quella vera, ho conosciuto l’amore per la propria terra, un amore profondo, radicato, che fino a quando non la perdi non lo puoi conoscere, è un amore nostalgico, che anche al solo sentore ti inorgoglisce e ti fa sentire un passo più vicina ad essa. Oltre a conoscere sentimenti puri, ho scoperto tantissime altre cose, impossibili da elencare, ma memorabili, come l’incontro con la scrittura e il potere che mi permette di dire cose che a voce non sarei capace, ho scoperto anche quanto terribili siano gli allenamenti alle 6 del mattino per otto mesi di fila ma, sempre per quel semplice concetto di amore per lo sport, ho imparato ad apprezzare anche quello. Eppure ciò che ho scoperto e mi ha sconvolto più di tutti è l’attesa, l’attesa di prendere un aereo, metafora della mia vita collegata da un filo tra due continenti, l’attesa di un esame, di una partita, ma soprattutto l’attesa di tornare ad abbracciare le persone che ti aspettano dall’altra parte del mondo. Non vi preoccupate per quest’ultima, perché tra una settimana sarò proprio dove l’aria profuma di mare, dove come Saba diceva, c’è un cantuccio a me fatto, dove potrò osservare il mondo scorrere incessante dal mio terrazzo, e dove finalmente potrò tornare nel caldo abbraccio che chiunque viva due vite parallele attende con grande ansia.  Questi ultimi giorni del miei 21 anni si concluderanno, è stato un anno intenso, l’ho iniziato con un margarita di fronte l’Empire State Building e lo finirò con un ginocchio fasciato, è stato un anno pieno, ho viaggiato, conosciuto persone che mi porterò sempre nel cuore, riviste altre che hanno composto parentesi importanti di questi quasi 22 anni di esistenza, ma ho anche sofferto, tra infortuni, delusioni, rammarico e tanto altro e non finirà nel modo migliore. Ad ogni modo, per questo episodio, voglio lasciarvi così…Ventidue anni e ancora tante strade da percorrere. Ma per ora, torno a casa, dove il cuore batte più forte. Perché, proprio come la primavera in cui sono nata, anche io continuerò a rifiorire, sempre. E che questo nuovo anno sia il trampolino per tutto ciò che ancora devo conquistare. Perché se c’è una cosa che ho imparato e penso che abbiate capito pure voi…è che io non mi fermo mai. Almost Twenty-two “To those who have learned that every end is a new beginning.” As the title suggests, not being on the 22nd of the month or even in 2022, that “almost 22” indicates the years I will be turning in less than two weeks. Twenty-two, a really nice number, which neither identifies you as a child nor as a done-and-done adult; you are still in that

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Un cuore a metà

Stanotte ho fatto un sogno, ho preso un caffe con la me del passato, lei è arrivata in anticipo per la paura di rimanere esclusa dalle circostanze e dalle persone, io sono arrivata in anticipo perché sono sicura di me stessa e la reputo una forma di rispetto. Lei è arrivata con delle scarpe da ginnastica e le spalle incurvate dal peso di un’altezza considerata esagerata, che incute soggezione. Io sono arrivata con i miei décolleté di 10 centimetri perché sono una donna sicura e la mia altezza è il mio miglior accessorio. Abbiamo parlato a lungo, come ad esempio della scuola, lei è arrivata trafelata con l’esordio di non avere molto tempo per colpa dello studio, le ha portato tante ansie, preoccupazioni, ma soprattutto una grande insicurezza. Io invece sono uscita dall’università con un sorriso, ho dato un esame, di quelli che sai che non sono andati come avresti sperato, ma tanto chi se ne frega, la vita è altro, e non ho né tempo né voglia di rimuginare su un singolo errore. Abbiamo parlato anche di sport e pallavolo, lei sogna ad occhi aperti, sogna i riflettori e si crede sulla strada giusta. Io ho detto che la vita è altro, che la pallavolo mi piace, ma mi sta aiutando a raggiungere uno scopo lavorativo ben lontano. Infine lei è arrivata parlando italiano con un miscuglio di inflessioni di diverse regioni, io… be… sono arrivata parlando inglese, forse per certi versi un po maccheronico, ma questo caffe tradizionalmente italiano lo abbiamo preso dall’altra parte del mondo, in un baracchino piccolo, di fronte al mare, non quello triestino, ma davanti all’immenso oceano atlantico. Ecco, ho sempre creduto che siamo fatti di sogni, che sono dei segnali che alla luce del sole non vediamo ma che in realtà sono dentro di noi, possono trovarsi nel cervello per alcuni, per altri nel cuore. Io sicuramente appartengo alla seconda categoria, dico sempre che ho un cuore diviso a metà, ogni parte batte in maniera autonoma e assestante, sono due entità diverse ma connesse, che è l’esatta rappresentazione della mia vita. Ho un cuore a metà, ho un lato che è quello italiano fatto di storia, di profumo di casa, di famiglia, di vicoli silenziosi e di una realtà che quando viene vissuta si ferma nel tempo, per permettermi di assaporarne la vera essenza. Ma l’altra parte, ecco l’altra faccia è fatta di grattacieli, di corsie infinite, di futuro, di sogni quasi palpabili, ma è fatta soprattutto di resilienza, eterni silenzi assordanti, di sacrifici che però in un modo o nell’altro troveranno sempre il modo di tornarmi indietro.  Mi chiamo Sofia Cerebuch, e sono due anni che vivo in America, sono due anni che il mio cuore ha creato questa crepa, tra il famoso dolce far niente e il sogno americano oramai obsoleto. Sono due anni che rincorro un obbiettivo grazie a ciò che mi accompagna da tutta la vita, sono due anni che la mia esistenza ha subito una rivoluzione, con una sola costante, lo sport, che è proprio la radice di questa divisione. Un oceano, che è lo spazio fisico che mi divide dalla mia terra, con la sua grandezza e il suo impeto, ha stravolto la mia esistenza in breve tempo, mi ha fatto connettere con una cultura molto diversa dalla nostra e con persone che spesso non riescono a capire la nostra vera natura, che è unica al mondo. 8.200 km è l’esatta distanza che ha cambiato il mio modo di pensare e di agire, ha cambiato il mio stile di vita e le mie prerogative. Mi ha fatto conoscere un nuovo stile di pallavolo e una nuova mentalità, dove la parola “non ce la faccio” non è contemplata, dove “no” deve essere eliminato dal proprio vocabolario, e laddove la pressione dell’eccellenza è alle stelle. Ma nell’analizzare tutto ciò che ha comportato questa distanza, voglio parlare anche del silenzio, quello che ti permette di riflettere e sognare ma allo stesso tempo di fare più confusione di Times Square il giorno di capodanno. É proprio quel silenzio che fa la differenza, è quel silenzio che ha accentuato questa divisione anatomica, perché nonostante sia l’esperienza migliore della mia vita, che so che mi permetterà un futuro migliore di quello che potevo aspirare in passato, vivere dall’altra parte del mondo non è facile, e neanche sempre bello, soprattutto quanto le persone intorno si aspettano una storia entusiasmante. No, non proprio, avere il cuore a metà, significa avere una costante lotta interiore, tra l’attesa di tornare a casa e l’impellente bisogno di conoscere cosa riserva il futuro, l’impossibilità di poter parlare con qualcuno a causa dell’enorme fuso orario, e la triste consapevolezza che le persone intorno a te non riusciranno mai a conoscere la tua vera personalità proprio a causa delle barriere linguistiche. Ho un cuore spezzato tra due mondi, e voglio dire che è difficile, è difficile cercare di capire da quale lato si vuole vivere, è difficile unire queste due parti quando sono cosi diverse da farsi la guerra. Vivere lontano un’esperienza del genere è un arricchimento enorme che mi sta dando dolori ma anche tante gioie. Non è casa, non è famiglia, un luogo dove tornare, dove sentirsi parte integrante, ma un luogo dove realizzare i miei scopi. Tuttavia, il tornare a casa mi fa sentire quasi fuori posto  in quanto la mia vita e il mio futuro scorre dall’altra parte del mondo. Avere un cuore diviso a metà può portare solo ad un unico problema, quello di perdere il vero essere, il costante conflitto tra diverse idee, desideri, può portare a perdere la propria essenza e la propria luce, quindi a chiunque per ragioni simili o diverse si sente spezzato, voglio dire che va bene, che non è necessario schierarsi da una parte rinunciando all’altra, siamo forti, tenaci, siamo sulla terra come combattenti in quanto vivere non è facile, nessuno ce l’ha mai insegnato, e ogni giorno, ogni successo ma soprattutto ogni sconfitta è un grado che possiamo appendere

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Il coraggio di cambiare rotta

Ed eccomi qui! Dopo un periodo di pausa sono in un nuovo anno, ma con sempre le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi, gli stessi sogni e… lo stesso infortunio. Tuttavia non vi preoccupate, quello sta volgendo all’ultima curva della lunga galleria che sto percorrendo da novembre, pronta a godermi il panorama dopo tanto buio. Tornerò a parlare delle mie giornate nel college americano, delle mie sveglie alle cinque del mattino, delle mie sessioni di allenamento estenuanti ed anche delle lunghe ore di lezione. Ma oggi non è ancora quel momento. Oggi voglio parlare della ragazzina di 5-6 anni fa, i cui sogni e prerogative sono cambiate, che sognava di emulare ciò che il padre aveva fatto sotto riflettori diversi, sognava lo sport in grande, in tutta la sua luce e magnificenza. Oggi sono una ragazza, forse una donna, di quasi 22 anni che ancora una volta ha dovuto volare in alto, ma con i piedi un po’ più vicino al terreno, che ha realizzato che il futuro non è sempre come lo vogliamo, che come Morandi diceva, solo uno su 1000 ce la fa… e tutti gli altri 999? Devono avere un piano di riserva, ed ecco il mio! Sono sempre stato una sognatrice, sin da bambina ho sempre potuto sognare in grande, le mie idee sul futuro sono mutate innumerevoli volte ed ancora adesso, nonostante stia tracciando un percorso ben definito, spesso mi fermo a riflettere sul mio passato, ma soprattutto sul futuro. Nell’idealizzare una possibile carriera, da piccola la banalità non mi ha mai contraddistinto, in un primo momento volevo aprire una boutique con la mia migliore amica dell’epoca, successivamente, sempre con lei ci saremmo dovute trasferire a Boston per studiare architettura. Man mano che gli anni passavano le idee continuavano a cambiare, da interior designer, ad avvocato, anzi scusate, magistrato, fino a quando, con gli anni delle superiori, avevo finalmente trovato qualcuno che apprezzasse davvero ciò che avevo sentito sempre molto personale ed intimo, la scrittura. Amavo leggere e scrivere, all’epoca soprattutto poesie, e la cosa più incredibile era che qualcuno l’apprezzava e mi spronava a continuare. Nonostante frequentassi il liceo scientifico l’unica cosa che scorreva nella mia testa erano sempre e solo le parole.  Se questo si può considerare un talento, devo raccontarvi che non è di certo innato, infatti da parte di mia mamma, sia mio nonno che il mio bisnonno erano entrambi scrittori, e se è vero che sono anche un minimo brava in ciò che sto provando a fare penso possa essere ereditario. Quando poi all’età di diciott’anni, due dopo aver perso il nonno mi è stata regalata la sua penna d’oro, messa a lucido per l’occasione, lì ho capito che era quella la strada che dovevo perseguire, era un volere dall’alto che non avevo nessuna intenzione di ignorare. Ebbene sì, da sognare i grandi campi sportivi, a fare una scelta che posso dire difficile, quella di abbandonare un sogno fanciullesco per perseguirne uno più maturo, concreto. Questa è la storia di come lo sport che doveva portarmi a toccare il cielo con un dito, in realtà mi ha accompagnata per mano oltre oceano, dandomi l’enorme privilegio di inseguire un sogno lavorativo e di farlo in nome di una persona speciale come mio nonno, che ha sempre creduto in me, tanto da capire cosa avrei potuto fare e le mie inclinazioni, prima ancora che lo capissi io. Se una cosa ho imparato in 21 anni di vita, è che proprio la vita è fatta di tempo, di occasioni prese ma anche perse, è fatta di grandi ambizioni ma anche di sogni infranti, sta a noi scegliere quelli importanti da coltivare. Mi trovo dall’altra parte del mondo, per rincorrere un sogno adulto, proprio grazie al sogno di quella bambina che ero. Non so cosa mi riserverà il futuro, sto percorrendo la strada che reputo migliore per me stessa, ma voglio dire una cosa, non so per certo che cosa voglio essere o diventare, ma una cosa la so, ed è chi voglio essere. Voglio essere i lati migliori delle persone che hanno caratterizzato la mia vita, voglio essere l’ambizione di mio padre, voglio essere il coraggio e la tenacia di mia madre, voglio essere gli occhi di mio nonno, ma anche il sorriso timido ma potente di Sara, la mia migliore amica. ENGLISH VERSION The courage to change course And here I am! After a break I am in a new year, but still with the same worries, the same problems, the same dreams and… the same injury. However, do not worry, that one is turning the last corner of the long tunnel I have been traveling since November, ready to enjoy the view after so much darkness. I will come back to talk about my days in the American college, my waking up at five o’clock in the morning, my grueling training sessions and even the long hours of class. But today is not that time yet. Today I want to talk about the little girl of 5-6 years ago, whose dreams and prerogatives have changed, who dreamed of emulating what her father had done in a different spotlight, dreamed of sports in a big way, in all its light and magnificence. Today I am a girl, maybe a woman, almost 22 years old who once again had to fly high, but with my feet a little closer to the ground, who realized that the future is not always the way we want it to be, that as Morandi said, only one in 1,000 makes it — what about all the other 999? They must have a backup plan, and here is mine! I have always been a dreamer, ever since I was a child I could dream big, my ideas about the future have changed countless times and even now, although I am charting a well-defined path, I often stop to reflect on my past, but more importantly on the future. In idealizing a possible career, triviality was never my hallmark

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OLTRE L’ONDA

Ebbene sì, la vita di un atleta è un susseguirsi di successi e sconfitte, di gioia e delusione, ma se c’è un aspetto che colpisce più di tutti gli altri, nonostante facciano parte della quotidianità sportiva, sono gli infortuni. Non li cerchi, non li vuoi, non li invidi, ma arriva un momento in cui senza manco accorgersi, la stanza piena di luce che è la tua vita, diventa buia tutta d’un tratto. Un infortunio per un’atleta è la sconfitta più grande, brucia più di un allenamento andato male, di una partita perse, è un qualcosa a parte che ti investe in pieno come un acquazzone d’estate quando sei al mare, ti coglie all’improvviso, sconvolge tutti i tuoi piani, ma come arriva cosi se ne anche va.  Mi hanno trovato una frattura al menisco, ed è quel tipo di notizia che non ti aspetti, che non vorresti sentire, e che posso assicurare essere una vera doccia ghiacciata. Tornare a giocare dopo un estate in riabilitazione per un intervento ed essere consci che nel giro di pochi mesi ti si presenterà davanti un altro non è facile da digerire, sono sconsolata, piango, rido, ho un turbine di pensieri che mi tiene sveglia la notte, e incollata a informazioni mediche il giorno.  Quando l’infortunio bussa alla tua porta, sembra che tutto il lavoro fatto negli anni sparisca in un battito di ciglia, non hai neanche il tempo di guardarti in dietro che davanti a te c’è il fisioterapista che ti dice che è giunto il momento di vedere un medico. “Non ci voglio credere, non lo posso accettare, mi sembra pure che questo pezzo sia fuori luogo per il genere di articoli che scrivo, ma in questo blog ho deciso di parlare di vita, di sport, di emozioni e purtroppo anche questo evento rientra in queste categorie.”  Si dice che un atleta quando interfaccia un infortunio viva due facce di una stessa medaglia, se da un lato c’è l’aspetto concreto e puramente fisico, dall’altro c’è quello più complesso, che continua ad esistere anche quando il corpo è in ripresa. L’infortunio interiore, è quello che spaventa di più, quello che ci porta a ragionare costantemente, ad avere paura del futuro, a chiedersi mille perché, ai quali probabilmente non darai mai risposta, ed è proprio quello, che è più difficile da curare, perché se il corpo guarisce, la mente per arrivare alla meta ha davanti un percorso ad ostacoli pieno d’insidie, è una lotta silenziosa che nessuno vede, ma che l’atleta percepisce, sente, ma sopratutto vive.A volte succedono cose che non si è preparati ad affrontare, e per uno sportivo un infortunio rientra al primo posto, bisogna trovare la forza di rialzarsi, di combattere, di lasciare da parte il mondo esterno che nonostante tu sia fermo va avanti, bisogna ricominciare da se stessi. In queste ore, dopo aver sfogato tutta la frustrazione, mi sono fermata e mi sono detta che sarò io ad uscirne trionfante, costi quel che costi, non avrò paura del dolore, delle difficoltà, degli ostacoli che dovrò superare fisicamente e mentalmente, perché lo so, sarò io la vincitrice. Il dolore fisico è un concetto difficile da spiegare a parole, è un qualcosa con cui ci si scontra a tu per tu, è una battaglia che si combatte con se stessi, o si abbatte, o si soccombe, e per l’amore di me stessa e di questo meraviglioso sport, la seconda non è un’opzione. Quindi parlo a tutti quelli che hanno vissuto un esperienza del genere, che la stanno vivendo o che magari vivranno, non siamo soli, anche quando sembra tutto perduto, le cose avvengono per una ragione, sta a noi trovarla e sconfiggerla, siamo forti, siamo coraggiosi, noi atleti siamo costruiti per non arrenderci mai, per abbattere le nostre barriere e diventare la versione migliore di noi stessi. Voglio concludere questo sfogo con una riflessione fatta dalla mia ex allenatrice all’università Iowa Western, un giorno durante un meeting. Ci mise davanti una chiave di lettura della vita, la cosi detta “metafora dell’onda”, la nostra vita è un oceano, delle volte è piatto, ma molte altre è mosso, spesso ci sono piccole onde che sono quei problemi che si affacciano quotidianamente nella nostra vita, e che con poco impegno superiamo alla grande, ma altre sono onde grandi, paurose da cui vorremmo scappare. Nonostante la loro grandezza, che rappresenta una sfida, un problema insormontabile, alla fine dell’oceano c’è sempre una spiaggia, quell’onda non sarà per sempre, crescerà certo, ma quando arriverà verso la terra ferma, s’infrangerà, ed è proprio là che sapremo che avremo vinto, perché nulla è impossibile, dobbiamo solo essere consapevoli che tutto ha un inizio e una fine, può essere più o meno insidioso, ma ne usciremo sempre vittoriosi in un modo o nell’altro. Adesso mi sento rotta (nel vero senso della parola), logorata, ma quella ferita che è apparsa dentro di me si cicatrizzerà e diventerà nel tempo solo un ricordo di cui andare fiera e poter raccontare a chi ne avrà bisogno, come io ne ho bisogno ora. ENGLISH VERSION BEYOND THE WAVE Well, yes, the life of an athlete is a succession of successes and defeats, of joy and delusion, but if there is one aspect that strikes you more than any other, despite being part of everyday sports, it is injuries. You don’t look for them, you don’t want them, you don’t envy them, but there comes a time when without even realizing it, the room full of light that is your life, becomes dark all of a sudden. An injury for an athlete is the biggest defeat, it stings more than a practice gone wrong, a game lost, it’s a separate something that hits you full on like a summer downpour when you’re at the beach, it catches you suddenly, upsets all your plans, but as it comes so it also goes away.  I’ve been found to have a meniscus tear, and it’s the kind of news that you don’t expect, that you don’t want to

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Quando il Gioco diventa Vita: la Battaglia interiore di un Atleta

Ogni essere umano nel corso della sua esistenza sviluppa diversi “io” che complessivamente compongono per intero il carattere, le emozioni, le abilità… in poche parole, la persona stessa. Quando si inizia a coltivare una passione, dentro di noi nasce un lato che esce fuori e vive indipendente ogni qualvolta si fa ciò che si ama. Io amo giocare a pallavolo, e so che sono sdoppiata a metà, c’è un lato, che è comandato da Sofia, come ragazza semplice, che prova a sopravvivere in un mondo esigente, fatto di sfide quotidiane e poi c’è l’altro lato, quello della Sofia atleta, ch vive di sfide fisiche e mentali, che sogna in grande e che vuole vedere realizzare tutte le sue aspirazioni. Questi due lati di me, che coesistono nello stesso corpo, ogni tanto vanno d’accordo, ma talvolta sono in conflitto, perché spesso capita che un lato prevalga sull’altro, portandomi delle volte da un estremo all’altro. Provo a spiegarmi, durante la stagione sportiva, il sopravvento ce l’ha sempre avuto la Sofia sportiva, che come una macchina spinge il proprio corpo e la propria mente al limite, in quanto deve avere la capacità di tenere tutto insieme senza lasciare nulla indietro, la scuola, gli allenamenti, la salute fisica e tanti altri dettagli fondamentali, ma il problema è che quando la stagione finisce tocca alla Sofia ragazza semplice raccogliere i pezzi per strada, curarli e rimetterli insieme. Essere uno studente atleta non è facile, oltre alle pretese e agli obbiettivi provenienti da te stessa, anche l’esterno spinge su tutti i fronti affinché tutto quadri alla perfezione, significa essere organizzati, caparbi, non lasciare nulla al caso, spingere il proprio fisico al limite, e spremere il proprio cervello per tenere tutto unito e funzionante. Nel mio caso, la Sofia atleta che vive negli Stati Uniti, nella capitale dell’Alabama, all’ interno dell’università Auburn University At Montgomery, si sveglia ogni mattina alle 5:45, si allena, fa pesi, si prende cura del proprio fisico, e tutto ciò prima delle 10 del mattino, perché poi, subentrano le lezioni, lo studio e i vari meeting e appuntamenti a cui siamo soggetti. Essere uno studente atleta serio, significa anteporre il proprio successo sportivo e la costruzione del proprio futuro al divertimento con gli amici, al tempo di qualità con la propria famiglia, ma anche ad un semplice spazio personale fatto per riposare o rilassarsi, perché la verità è che per essere uno studente atleta, bisogna avere coraggio, fegato, e non bisogno arrendersi mai, perché in tal caso, sarei ancora sul divano di casa mia a Trieste, in Italia. Essere un’atleta, una pallavolista, una studente-atleta è davvero fantastico, ma può capitare che come in una lunga relazione amorosa, la passione possa scemare, e sta a te o al tuo parter, trovare il modo per riaccendere la fiamma. Ecco allo stesso modo funziona per gli atleti e il proprio sport, ci scorre nelle vene, ma ogni tanto, soprattutto dopo tanti anni sentiamo l’esigenza di una pausa. Ovviamente l’essere studente-atleta, non permette una cosi libera e drastica decisone, ma ciò che si può fare è quello di trovare degli spazi da dedicare a se stessi, a coltivare altre passioni, perché spesso la monotonia ci può portare a odiare ciò che invece ci ha sempre donato tanto. Questo calo di interessi può comportare diverse sfaccettature, da un calo nel rendimento sportivo, ad un fastidio diffuso per ogni aspetto riguardante lo sport stesso fino ad arrivare ad arrabbiarsi con se stessi, perché oltre alla situazione che si scatena esternamente c’è quella che avviene internamente ed è sicuramente la più devastante. Per riallacciare la questione riguardo ai diversi io interni ad uno sportivo, è proprio questo il momento in cui il lato della persona deve mettere a tacere le voci nella testa dell’atleta, deve convincerlo che è solo un passaggio momentaneo, e che ciò che nella tua vita è stato fondamentale per cosi tanto tempo, non può scomparire nel nulla, ma probabilmente ha solo bisogno di una piccola scintilla per riaccendere e alimentare quel fuoco che negli anni è stato un vero e proprio incendio. When the Game becomes Life: the inner battle of an Athlete.ENGLISH VERSION Every human being in the course of his or her existence develops different “selves” that altogether make up the entire character, emotions, abilities–in short, the person himself or herself. When we begin to cultivate a passion, a side is born within us that comes out and lives independently whenever we do what we love. I love playing volleyball, and I know that I am split in half, there is one side, which is commanded by Sofia, as a simple girl, who tries to survive in a demanding world of daily challenges, and then there is the other side, that of the Sofia athlete, who lives by physical and mental challenges, who dreams big and wants to see all her aspirations realized. These two sides of me, coexisting in the same body, sometimes get along, but sometimes they are in conflict, because it often happens that one side prevails over the other, sometimes taking me from one extreme to the other. Let me try to explain, during the sports season, the upper hand has always been held by the sports Sofia, who like a machine pushes her body and mind to the limit, as she has to have the ability to hold everything together without leaving anything behind, school, training, physical health and so many other basic details, but the problem is that when the season ends it is up to the simple girl Sofia to pick up the pieces on the road, take care of them and put them back together. Being a student athlete is not easy, in addition to the demands and goals coming from yourself, the outside also pushes on all fronts for everything to work out perfectly, it means being organized, stubborn, leaving nothing to chance, pushing your physique to the limit, and squeezing your brain to keep everything together and working. In my case, the Sofia

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